10 Giugno 1940,
esattamente settantacinque anni fa, l’Italia entrava direttamente nella fornace
distruttiva della più grande tragedia della storia.
Dal balcone di Piazza
Venezia Mussolini annunciò a un Paese secondo molte testimonianze più perplesso
che entusiasta (e che si vergognava non poco dell’opportunistica scelta dei
tempi) che era finalmente giunto il momento di “spezzare le catene” che
imprigionavano l’Italia nel Mediterraneo e di entrare nella “lotta dei popoli
fecondi e giovani” contro gli “affamatori che detengono ferocemente il
monopolio delle ricchezze e di tutto l’oro della terra”, ma ormai “isteriliti e
volgenti al tramonto”.
Una bolsa retorica
nazionalista che, in alcuni e non secondari tratti, riemerge oggi nell’oratoria
pseudo-immaginifica di chi si è imposto, in un eccesso d’indifferenza e
sottovalutazione generale, al governo del Paese.
La guerra che ha insanguinato il mondo tra il 1939 e il 1945
è stata “mondiale” e “totale” in un senso ancora più ampio e profondo di quanto
non fosse stata quella del 1914-18.
Anzitutto essa non soltanto ha coinvolto tutti i continenti
nel senso della partecipazione alla guerra, ma ha visto operazioni militari
dispiegarsi su una scala e con un’intensità senza precedenti in Europa, in
Africa e in Asia, sugli oceani e nei cieli.
In secondo luogo ha richiesto una mobilitazione di risorse
naturali e umane in una misura tale da superare qualsiasi paragone con il
passato.
In terzo luogo la guerra “totale” ha trascinato nel
conflitto la popolazione civile in modo diretto.
Mentre la prima guerra mondiale era stata combattuta degli
eserciti e la popolazione civile si era limitata a sostenere lo sforzo militare
dietro i fronti, durante la seconda guerra mondiale la popolazione civile è
stata massicciamente colpita dalle distruzioni su scala enorme dei centri
abitati in conseguenza dei bombardamenti aerei, coinvolta in operazioni
belliche attraverso la lotta partigiana, costretta dallo spostarsi dei fronti a
giganteschi trasferimenti collettivi e, infine, nei paesi sottoposti
all’occupazione degli eserciti nazisti, fascisti italiani e giapponesi, fatta
oggetto di feroci persecuzioni di massa.
L’estrema mobilit6à dei fronti che si spostarono assai più
che non durante la prima guerra mondiale anche in conseguenza degli effetti
provocati dall’impiego sistematico di mezzi aerei e di mezzi mobili terrestri
(carri armati, automezzi di ogni tipo), fece sì che un grande numero di Stati
venissero occupati e quindi abbandonati con enormi devastazioni.
Tutto un volto dell’Europa venne cancellato per sempre con i
suoi tesori di arte e di cultura.
La mobilitazione “totale” delle risorse umane e tecnologiche
al servizio della guerra da parte di schieramenti opposti convinti che la
sconfitta o la vittoria avrebbe cambiato in modo radicale il corso della loro
storia, non soltanto portò l’industria a diventare la protagonista principale
della guerra, che durò ben più a lungo delle previsioni di chi l’aveva
scatenata, ma indusse tutte le potenze belligeranti a dare una giustificazione
ai milioni di combattenti inquadrato negli eserciti e agli ancor più numerosi
milioni di civili chiamati a sostenere lo sforzo bellico.
Come già durante la prima guerra mondiale, anche durante la
seconda le potenze occidentali fecero della democrazia e della pace
internazionale la loro bandiera ideale, in contrapposizione al militarismo e
all’autoritarismo del fascismo internazionale e del suo alleato giapponese.
Le potenze fasciste e il Giappone dal canto loro agirono il
mito di un “nuovo ordine” che doveva dare ai paesi “giovani” e “poveri” il
diritto storico di creare un rinnovato ordine internazionale, ponendo fine
all’imperialismo anzitutto delle “vecchie” e “ricche” potenze democratiche.
A questo fronte ideologico, indirizzato contro la democrazia
borghese, le potenze fasciste e il Giappone unirono quello rivolto contro il
bolscevismo.
Democrazie borghesi e bolscevismo furono poi, secondo le teorie
hitleriane, ricondotti da nazisti e fascisti alla “congiura internazionale
ebraica”, vista come matrice comune delle due degenerazioni, l’imbelle
democrazia dei popoli “decadenti” e il disordine “barbarico” dell’Unione
Sovietica.
La lotta ideologica s’incrociò indissolubilmente con la
lotta militare.
Nelle regioni occupate dal blocco nazista – nipponico il
terrore sistematico contro gli oppositori armati e non armati diede alla guerra
un volto sanguinario senza precedenti.
Coloro che furono maggiormente oggetto della violenza
nazista in Europa furono ebrei e comunisti, che Hitler era deciso a estirpare
senza arretrare di fronte a nessun mezzo.
Fu così che, dopo avere, fin dalla presa del potere nel
1933, iniziato in Germania la repressione brutale anzitutto di ebrei e
comunisti, nel corso della guerra i nazisti decisero di eliminare fisicamente
tutti gli ebrei che si potevano arrestare nei territori occupati.
Un altro aspetto he la prima guerra mondiale non aveva
conosciuto fu quello della guerra civile e della lotta partigiana.
In Jugoslavia, in Russia, in Francia, in Grecia, in Italia
quando nel 1943 crollò il regime fascista, in Cina e in molti atre paesi,
l’opposizione ai nazisti, fascisti e imperialisti nipponici, diede origine al
fenomeno della resistenza armata da parte di civili e militari dietro le
retrovie del nemico; resistenza che unì alle motivazioni di carattere militare
quelle politiche e istanze di rinnovamento economico e sociale.
Un aspetto diverso ebbe invece la lotta partigiana nell’URSS,
dove essa era politicamente e militarmente inquadrata nell’ambito del regime
sovietico e dell’Armata Rossa.
Il carattere fortemente ideologizzato del conflitto e la
formazione di movimenti di resistenza comportarono una politicizzazione delle
masse di grande ampiezza; la quale, per le tendenze di autonomia politica che
introduceva, in vari momenti determinò tensioni e contraddizioni rispetto agli
obiettivi delle grandi potenze alleate contro i fascismi e il Giappone, volti a
dare al mondo postbellico un ordinamento sostanzialmente deciso dai governi.
L’Italia, quando scoppiò la guerra mondiale nel settembre
del 1939, era del tutto impreparata militarmente, nonostante l’ideologia
bellicista che aveva caratterizzato il regime fin dal suo sorgere.
Povero di materie prime, con un’industria ancora
complessivamente debole, provato dal consumo di materiali bellici prima nella
guerra italo-etiopica poi nella guerra civile spagnola, il paese non era stato
in grado né finanziariamente né tecnicamente di formare un esercito pronto a
misurarsi non più con nemici di terzo o quart’ordine, bensì con grandi potenze.
Molta parte delle armi leggeri e dell’artiglieria risaliva
ancora alla prima guerra mondiale.
Carri armati pesanti mancavano del tutto; e quelli medi e
leggeri non solo erano scarsi, ma anche di cattiva qualità.
La motorizzazione delle truppe, essenziale in una guerra
moderna, era insufficiente.
L’aviazione non era soltanto carente nel numero, ma
soprattutto incapace di sostenere il confronto nelle prestazioni con i tipi di
aerei in dotazione alle forze armate di altre potenze.
La marina era l’arma più solida; eppure anch’essa difettava
proprio in quell’aspetto che era ormai decisivo per una marina tatticamente
preparata: il coordinamento con l’aviazione (mancavano del tutto le portaerei).
Le forze armate italiane erano insomma comparativamente più
deboli nel 1939 di quanto non fossero state nel 1914.
Nonostante il Patto d’Acciaio, la Germania era entrata in
guerra con la Polonia senza tener conto dell’Italia e senza consultarsi con
essa, così fin dall’inizio mostrando la posizione subalterna riservata al
fascismo italiano.
In effetti Hitler, al quale Mussolini aveva fatto presente
nell’agosto del 1939 l’impreparazione militare italiana e richiesto
ingentissimi quantitativi di materie prime, non teneva in gran conto l’esercito
fascista.
Scoppiata la guerra, l’Italia proclamò il 1 Settembre 1939,
la “non belligeranza”, vale a dire una sorta di “pace armata”.
Si aprì una fase contraddistinta da un lato dal desiderio di
osservare da una posizione non impegnata il corso della guerra, da una
sostanziale ambiguità che si espresse anche in accordi economici con Francia e
Gran Bretagna e in forniture militari a questi paesi per provvedersi di valuta
pregiata e quindi di materie prime, dai tentativi delle potenze occidentali di
trasformare la “non belligeranza” in “neutralità”; dall’altro la crescente
insofferenza di Mussolini per la posizione dell’Italia di fronte ai travolgenti
successi militari dei tedeschi.
Il “duce” doveva inoltre tener conto dei contrasti interni
al gruppo dirigente fascista, che era diviso tra coloro che chiedevano
l’immediato intervento a fianco della Germania e coloro, come Ciano, i quali si
rendevano ormai conto che una guerra italiana sarebbe stata una guerra
condizionata dall’indiscutibile primato nazista e ritenevano che il conflitto
sarebbe stato di lunga durata e perciò pericoloso per un paese debole come
l’Italia.
La contraddizione fra la consapevolezza della debolezza
militare e il desiderio di non essere relegato a una posizione marginale, tale
da liquidare l’Italia come grande potenza, venne sciolta da Mussolini dal
crollo della Francia.
Egli volle ad ogni costo che l’Italia avesse la sua parte
del bottino e il suo “migliaio di morti da buttare sul tavolo della pace”.
L’Italia avrebbe dovuto, nei piani di Mussolini, condurre
una guerra “parallela” a quella tedesca, avente per liee direttrici
l’espansione nel Mediterraneo (Nizza, Savoia, Corsica, Africa) e nel settore
danubiano – balcanico.
Il 10 Giugno 1940, quando ormai l’esercito francese era
sconfitto, l’Italia fascista entrò in guerra con la Francia e la Gran Bretagna
agitando l’ideologia della “guerra proletaria” contro le potenze decadenti e
plutocratiche.
La guerra era presentata come la continuazione della
“rivoluzione fascista”.
L’esercito italiano aveva una forza di 1.630.000 uomini,
male armati ed equipaggiati, con in più 140.000 camicie nere inquadrate
militarmente.
Contro il fronte francese, difeso da 175.000 uomini
saldamente attestati dietro valide fortificazioni, mossero oltre 300.000 uomini
dell’esercito italiano, che passarono all’attacco il 21 Giugno, dopo che Petain
aveva già chiesto l’armistizio ai tedeschi.
Avverse condizioni atmosferiche e cattiva preparazione
fecero sì che l’attacco si risolvesse in notevoli perdite e scarsi progressi.
I francesi, intanto, per dimostrare la fragilità delle
difese italiane avevano scatenato un attacco navale bombardando le coste dalla
Liguria, in particolare i porti di Genova e Savona.
Il 24 Giugno, due giorni dopo l’armistizio con la Germania,
la Francia firmò quello con l’Italia.
La guerra non era finita, al contrario.
Da quel momento si scatenò l’escalation bellica: 5 anni di
conflitto mondiale fino alla caduta del terzo Reich e all’olocausto nucleare di
Hiroshima e Nagasaki.
La seconda guerra mondiale determinò così un mutamento nei
rapporti di forza d’immensa portata, che nei suoi risultati più salienti può
essere così indicato:
1) La
Germania e il Giappone furono cancellati come potenze mondiali (l’Italia in
realtà era sempre stata tale soltanto sulla carta);
2) La
Germania uscì dalla sconfitta con la perdita della sua unità statale, che si
concretò nella formazione di due Stati a regime politico e sociale diverso;
3) L’Europa,
il cui peso era già uscito ridimensionato dalla prima guerra mondiale nella realtà,
anche se non all’apparenza subì un vero e proprio tracollo con la sparizione
definitiva della Gran Bretagna e della Francia da novero delle potenze
mondiali;
4) Il
mondo passò sotto la leadership di due sole potenze: gli USA da un lato e
l’URSS dall’altro;
5) La
guerra mondiale, con la sconfitta del Giappone e il crescente peso politico dei
comunisti cinesi nella lotta antigiapponese, creò le condizioni per l’ascesa di
Mao-Tse- Tung al potere in Cina;
6) Il
diminuito prestigio e la scossa potenza della Gran Bretagna e della Francia
furono alla base del processo di “decolonizzazione” che portò alla nascita in
Africa e in Asia di nuovi stati indipendenti, le cui popolazioni nel corso
della guerra mondiale aveva accumulato un’esperienza politica e militare che fu
alla base della loro lotta contro il potere coloniale.
Per compilare questo
lavoro sono stati consultati i seguenti testi: “Storia dell’età contemporanea”
di Massimo L. Salvadori, Loescher editore Torino 1976; “La forza del destino.
Storia d’Italia dal 1796 a oggi” di Christopher Duggan, edizioni Laterza, Roma
– Bari, 2008.
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