Promemoria per l’incontro del 20 gennaio ore 16 presso lo studio di Sergio Acquilino (a cura di Franco Astengo)
“Perchè la sinistra perde” è il titolo di un corposo dossier pubblicato dal numero di gennaio 2022 dall’edizione italiana di “Le monde diplomatique”.
Al fine dell’utilizzo di questo materiale per una franca discussione sul tema ho provato a costruire una traccia di ragionamento cercando di riportare il senso complessivo che attraversa i diversi elaborati presenti nel dossier.
Il “catenaccio generale” recita: “Per la sinistra europea è un tempo buio. Ben lontano dalle speranze degli inizi, le nuove formazioni critiche verso la socialdemocrazia, Podemos in Spagna e Die Linke in Germania si sono indebolite, mentre in Italia la scomparsa del Partito Comunista ha lasciato senza bussola il campo progressista. Incapace di ascoltare i desideri popolari e di trarre profitto dallo scontento generale la sinistra spesso si trincera dietro a discorsi in cui si alternano pathos e sentimentalismo. Spera così, grazie a una retorica consensuale, di riunire i gruppi sociali che finora erano stati del tutto separati”.
Ciò premesso per compilare questa nota mi sono limitato ad analizzare due interventi, quello raccolto sotto il titolo “Ci piacerebbe ma non possiamo più..” firmato da Benoit Breville e Serge Halimi che fornisce l’impronta generale al dossier e quello che può interessarci più direttamente riguardante “Una strana scomparsa per il Partito Comunista Italiano” firmato da Antoine Schwartz ( a questo punto non si può notare come la “questione” del PCI, a trentuno anni dal congresso di Rimini, sia considerata ancora come irrisolta).
Andando comunque per ordine:
il primo punto da affrontare riguarda l’incapacità a sinistra di assumere una posizione comune su questioni centrali come: tasse, età pensionabile, Unione Europea, rilancio o blocco del nucleare, politica di difesa, rapporti con Washington, Pechino, Mosca. Così è impedita l’elaborazione di una piattaforma di governo e le occasioni unitarie derivano soltanto dalla paura dell’estrema destra.
Gli obiettivi di trasformazione sociale, per essere realizzati, debbono poggiare su di un potente movimento delle classi popolari. Ormai tutti sanno che la coscienza dei fallimenti di una politica, se non l’illegittimità di un sistema, non genera automaticamente la volontà di respingerli.
Quando vengono meno gli strumenti per riuscirvi la rivolta e la rabbia cedono spesso il passo all’arte di arrangiarsi, al principio del “si salvi chi può” o alla convinzione che i diritti sociali del vicino rappresentino dei privilegi.
E’ questo il terreno che ha favorito i conservatori e l’estrema destra.
Del resto l’esperienza della sinistra al governo oggi rappresenta un handicap perché il ricordo delle sue fasi al potere inibisce la volontà di consegnarle nuovamente le leve del comando: Blair, Clinton, Mitterand, Craxi, Gonzales, Schroeder, Hollande spesso provocano una violenta repulsione.
Dobbiamo andare indietro perché il nome sinistra desti ancora un sentimento nostalgico: il New Deal, il Fronte Popolare, lo spirito del 1945 (a cui i britannici debbono il servizio sanitario nazionale, il comunismo pratico della previdenza sociale.
Meritano di essere ricordate due dimensioni:
1) da una parte la sinistra, oltre a fallire nell’applicazione del proprio programma ha messo in pratica quello degli avversari (il classico "la sinistra governa con le armi della destra);
2) d’altra parte ogni volta che non accetta di capitolare immediatamente non è un colpo di Stato (l’analisi riguarda l’Europa Occidentale) né un esercito straniero a ricondurla alla ragione, bensì uno strangolamento finanziario (citazione di Varoufakis: La primavera di Atene è stata schiacciata come anche la primavera di Praga. Non dai carri armati ma dalle banche).
Da non dimenticare: fino a tempi recenti nessuno pensava che un ex-primo ministro laburista si riconvertisse nel privato e facesse fortuna lodando i suoi servizi presso la banca Barclays e JP Morgan o che un ex-ministro delle finanze socialista diventasse direttore generale del Fondo Monetario Internazionale.
Negli ultimi trent’anni la separazione tra la sinistra e l’elettorato popolare è stata imputata a una serie di fattori: politico (il tradimento degli impegni presi), economico (terziarizzazione, finanziarizzazione, globalizzazione) ideologico (l’egemonia neoliberista) sociologico (la celebrazione della meritocrazia da parte delle classi colte) antropologico (la dissoluzione delle diverse forme di vita nella razionalità calcolatrice commerciale) geografica (le metropoli contro le aree peri-urbane) culturale (lotta sociale incentrata sull’individuo in opposizione alla lotta per la conquista di diritti collettivi).
A quest’elenco a mio giudizio esemplare l’articolo di Breville e Halimi aggiunge due considerazioni che riporto di seguito:
Queste spiegazioni classiche tracciano tuttavia uno schema coerente solo se teniamo conto di due cause troppo spesso dimenticate: 1) le virtù moderatrici che la “minaccia sovietica” esercitava sui dirigenti del “mondo libero capitalista ( “ i trenta gloriosi” insomma nascerebbero da lì); 2) il deterioramento del rapporto delle classi popolari con la politica istituzionale.
Per quanto strano possa apparire oggi, l’Unione Sovietica ha rappresentato per decenni, soprattutto nella frangia più militante della classe operaia occidentale, la possibilità concreta di un altro presente e quindi di un futuro diverso di una speranza. Non esiste politica senza fede nell’avvenire ed è proprio questo intreccio di desiderio, illusione e speranza ad essere scomparso negli anni’80, nell’esatto momento in cui la conversione liberista della sinistra di governo schiacciava i bastioni industriali (in Italia la modernizzazione tecnologica e la ristrutturazione affidata alle privatizzazioni nei settori strategici, con lo scioglimento dell’IRI), con l’effetto di mettere fuori gioco il gruppo sociale che dagli anni’30 occupava il campo ( fattore questo da considerare diversamente in una comparazione tra Francia, Germania, Italia).Il ritiro dello Stato dalla programmazione industriale ha coinciso con un processo di depoliticizzazione individualista(trasformazione dei partiti politici, adozione del sistema maggioritario) che ha prodotto effetti che abbiamo riassunto con il concetto di “americanizzazione”: negli USA a sinistra votavano e votano città ricche e intellettuali come New York e San Francisco , a destra cominciarono a votare e votano stati poveri e rurali come il West Virginia e il Mississipi e quelli della cosiddetta “rust belt” post – industriale (Pennsylvania, Ohio, Indiana, parte di Michigan e Illinois).
Così contrariamente alla situazione di trenta o quarant’anni fa, le formazioni della sinistra moderna – socialista, laburista, democratica, ecologista – fidando sul meccanismo dell’alternanza hanno pensato di potersi permettere di tralasciare le richieste dell’elettorato popolare, soprattutto in elezioni con una scarsa partecipazione. La sinistra si è trovata così svincolata da una scelta di un liberismo culturale e sociale destinato prioritariamente alla borghesia illuminata ( in Italia il mix – non risolto fin dal Risorgimento né tanto meno dalla Resistenza- tra una ampia fetta di borghesia eversiva e sciovinista e di ribellismo proletario – in particolare al Sud, per una fase tenuto a freno dal clientelismo DC – ha prodotto fenomeni devastanti come quelli dell’antipolitica basata sulla corruttela personalistica inaugurata fin dagli anni’90 attraverso l’uso spregiudicato del denaro e dei mezzi di comunicazione di massa).
La conclusione dell’articolo indica la strada della radicalità: la tripla urgenza ecologica, sociale, democratica, impone che si contrapponga una radicalità inversa alla vera “radicalità liberista” ormai trionfante, la cui continuità prima o poi comporterebbe la distruzione della società e la fine dell’umanità. In quel caso si avrebbe la certezza che una sinistra quasi uniformemente intellettuale e meritocratica non sia né egualitaria, né popolare, né vittoriosa.
PARTE SECONDA
“Una strana scomparsa per il Partito Comunista Italiano” Riassumo per sommi capi la tesi sostenuta da Schwartz (condividendo la parte finale):
1) Se le tendenze radicali possono essere considerate una malattia infantile del comunismo, il conformismo sembra invece essere quello della sua maturità. Altrimenti come spiegare la strana scomparsa del più potente partito comunista dell’occidente, un bel giorno del febbraio 1991? Infatti, dopo 70 anni di esistenza, nel corso del suo ultimo congresso, il Partito Comunista Italiano, quello di Antonio Gramsci e dei gloriosi partigiani, lasciava il proprio nome, la propria identità e la propria storia per autodistruggersi- al costo di alcune lacrime ma per libera scelta;
2) Esaminiamo le tappe del declino come descritte nel testo di Schwartz. Dopo il colpo di Stato in Cile, nel 1973, il segretario generale del Partito Comunista Enrico Berlinguer propone una nuova linea, quella di un compromesso storico con l’avversario, la Democrazia Cristiana, al fine di preservare le istituzioni democratiche e portare avanti le riforme sociali. La proposta però incontra una fase in cui si sta diffondendo in Europa, una crisi economica nella quale si delinea una svolta conservatrice (è questa un’annotazione di un certo interesse: nell’articolo non viene analizzata la proposta di Berlinguer sull’austerità – del resto in una qualche misura anticipata da Magri nel documento del ‘74 sulla crisi petrolifera);
3)Nell’autunno del 1980 il grande sciopero delle fabbriche Fiat (35 giorni) si risolve con una sconfitta. Grazie soprattutto all’introduzione del sistema monetario europeo (il PCI vota contro ed è l’occasione formale per rompere il quadro della solidarietà nazionale andando alle elezioni anticipate del 1979) una nuova ortodossia riesce a blindare i termini del dibattito sulla politica economica; i dirigenti del movimento operaio si trovano proiettati nella lotta all’inflazione che impone un ridimensionamento delle rivendicazioni salariali in un contesto di crescente disoccupazione;
4) Intanto il partito si trasformava. All’interno dell’apparato interviene un rinnovamento dei dirigenti con l’approdo di nuovi profili, più lontani dal mondo del lavoro, perché l’organizzazione si regge sulle municipalità, sulla loro cultura amministrativa e promuove una classe di politici di professione. Si fa strada la visione di un partito “acchiappa elettori” programmato per rivolgersi a tutte le classi. Inoltre è l’epoca della diffusione della televisione, dei mezzi di comunicazione di massa che soffocano i rapporti con politica e cultura, coscienziosamente difesi dal partito;
5) L’avvio della crisi del sistema sovietico accelera l’azione dei riformatori e offre l’occasione di inserire la formazione su una strada senza ritorno, quella della dissoluzione. La proposta avanzata da Occhetto nell’autunno del 1989 porta l’attenzione sulla necessità di cambiare nome. Per giustificare l’adesione di base alla proposta Schwartz utilizza un testo di Guido Liguori “Il peso decisivo del legittimismo che alimenta il funzionamento basilare dell’organizzazione, la tendenza a mantenere l’unità respingendo le divisioni, la fiducia attribuita al gruppo dirigente stanno alla base del conformismo, con la silenziosa diserzione di migliaia di militanti che si ritirano senza combattere”.
6) Il PDS riesce a esercitare, infine, il potere nelle coalizioni di centro – sinistra, ma a costo di rinunciare a quello su cui fondava la propria esistenza.
7) Questo il passaggio conclusivo dell’intervento di Schwartz che mi sento di condividere nella sostanza. “Infatti, al di là di un partito o di un simbolo, questa rinuncia ha indebolito un’intera orbita politica, sindacale, intellettuale, un intero ecosistema militante, un tempo capace di elaborare la propria concezione del mondo, di diffondere nella società il proprio approccio verso la cultura, di difendere anima e corpo il desiderio di costruire un mondo migliore”.
Concludo con le parole conclusive di una frase di Perry Anderson tratte da un articolo pubblicato dalla sua rivista “New Left Rewiew” nel gennaio – febbraio 2000:
“Oggi abbiamo bisogno dello spirito dell’illuminismo più che dell’evangelismo”.
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