mercoledì 19 gennaio 2022

PCI: OLTRE IL SECOLO

 

PCI: OLTRE IL SECOLO di Franco Astengo


L’anno scorso di questi tempi una vasta pubblicistica si occupò del centenario della fondazione del PCI ( oppure come molti intesero “della scissione di Livorno”).

Oggi alla vigilia del superamento del secolo (101 anni il 21 di gennaio) si può provare a tirare le somme di quel dibattito.

Questo tentativo sarà assolutamente schematico e me ne scuso:

1) L’intera discussione sviluppatasi nell’arco di questi mesi ha dimostrato come il problema del superamento del PCI come “fatto storico” non si è verificato. L’esistenza di quello che è stato, nella sua complessità di presenza sociale e politica, il Partito Comunista Italiano rimane questione irrisolta anche se c’è chi, proprio oggi, scrive di ritenere il contrario;

2) Sono due i punti che rimangono sospesi e debbono essere ancora affrontati anche sul piano teorico:

a) la funzione di “pedagogia politica” svolta dal defunto partito nei confronti delle grandi masse . Beninteso mi riferisco alla funzione svolta al di fuori dalla sede ideologica al riguardo della quale ci sarebbe allora parecchio da discutere, come ci fu da discutere nei diversi tempi dell’esistenza del Partito. La funzione più importante svolta dal PCI fu però quella di essere portatore di una “educazione permanente” tale da consentire di sviluppare, al di fuori della costrizione imposta dalla “conventio ad excludendum”;quel concetto di “egemonia” inteso da Gramsci quale il vero fattore di esercizio del potere (il “genoma Gramsci” analizzato da Lucio Magri nel “Sarto di Ulm”);

b) l’indicazione della “moralità pubblica” quale fattore fondamentale dell’impegno politico. Intendiamoci: non “moralismo” (di cui fu accusato Enrico Berlinguer nel suo finale di partita) ma “moralità” intesa come senso etico dell’agire quotidiano in funzione della visione dell’esercizio pubblico e della sua finalità collettiva ( "l'eticità dell'azione pubblica). Ben oltre quindi il senso delle istituzioni che nel PCI era comunque fortissimo.

La “questione del comunismo italiano” di cui il PCI fu espressione non è stata risolta dalla frettolosa cancellazione del Partito come fatto organizzativo e non è stata affrontata da chi ha preteso esserne erede (da una parte e dall’altra). La questione comunista in Italia non è stata affrontata dopo lo scioglimento del Partito perché è mancata ( o se ne è avuto paura) l’analisi delle ragioni per le quali il PCI disponeva di profonde radici e trovava le sue ragioni di sviluppo in tutto il processo storico di formazione della società italiana essendo profondamente inserito in tutta la sua struttura politica.

Il seminario di Arco di Trento dell’autunno 1990 rappresentò forse l’ultima occasione per riflettere su questo decisivo punto ma fu sprecata per l’ansia di definire situazioni organizzative immediate, ignorando il respiro complessivo della relazione introduttiva.

Così la gran parte dell’opposizione alla svolta occhettiana finì per ignorare la necessità di un’analisi su quanto e come il PCI rappresentasse un soggetto ben diverso sul piano ideale e storico da una semplice propaggine derivante da una pedissequa applicazione del materialismo dialettico.

Per progettare il futuro bisognerà tenere comunque conto di questi elementi nel momento in cui sarà inevitabilmente necessario provvedere alla costruzione di una sinistra capace di riferirsi alla grande storia del movimento operaio italiano superando in avanti divisioni antistoriche: ma questo è un altro discorso che non si riesce a far decollare.

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