CONOSCENZA E POTERE di Franco Astengo
“Totalitarismo neocapitalistico: un totalitarismo di nuovo tipo che utilizza l’intreccio tra scienza /tecnica /potere e contemporaneamente aggredisce la democrazia a livello di società civile, massificando le coscienze, disgregando la vita associata, deformandone i bisogni, subordinando la cultura, burocratizzando i partiti, svuotando le istituzioni , trasferendo a nuovi centri i poteri reali, subordinando lo Stato a interessi privati (sviluppo del fenomeno portato a compimento nell’esasperazione del presente)”
Grazie alla cortesia del compagno Fulvio De Lucis ho potuto rileggere questa frase contenuta in un testo redatto da Lucio Magri e comparso sotto il titolo”Problemi della teoria marxista nel partito rivoluzionario” nel n.5-6 (settembre – dicembre 1963) di Critica Marxista, in quel momento diretta da Luigi Longo e Alessandro Natta.
Una lettura che mi ha suggerito immediatamente un riferimento al concetto di “Rivoluzione Passiva” ( termine introdotto da Vincenzo Cuoco nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, poi ripreso da Gramsci nei “Quaderni").
Un concetto quello di “Rivoluzione Passiva” che potrebbe essere oggi così riassunto: “Le esigenze di mutamento sostanziale nell’assetto della catena di comando e di organizzazione del consenso nascono ancora una volta dall’esterno: dopo il crollo del muro di Berlino c’è stato quello degli assetti statali davanti alla globalizzazione come governo del mondo da parte della finanza internazionale. Da qui la necessità di rendere liquida la società e permeabili gli esseri umani ai rapidi riassetti di un sistema produttivo funzionale all’illimitato arricchimento di pochi. “
Si è trattato di fenomeni scarsamente analizzati, sul piano più direttamente politico, nel turbinare del fenomeno della “politica recitativa” cui ci siamo colpevolmente adeguati ma esattamente quello che Magri intendeva quando, nel 1963, scriveva appunto di massificazione di coscienze, di disgregazione della vita associata, di subordinazione della cultura.
Un concetto, quello di “Rivoluzione Passiva”, che ha accompagnato, almeno a mio giudizio, gran parte dello sviluppo critico che Magri ha portato avanti nella sua iniziativa teorica e anche nella proposta di immediatezza di iniziativa politica (forse concedendo troppo, in alcune fasi, proprio all’ “autonomia del politico”) :dal documento sulla crisi nello sviluppo del gennaio 1974, alla relazione svolta nel seminario di Bellaria (1977) quando analizzò la fine dell’esperienza della nuova sinistra in Italia, fino al tipo di opposizione portata avanti verso la “svolta” della Bolognina: opposizione culminata nella relazione tenuta ad Arco nel 1990.
Per certi versi questo terreno di analisi era assunto anche attraverso la stessa espressione di “maturità del comunismo” contenuta nelle tesi del Manifesto (1970).
"Maturità del comunismo" non certo fraintendibile come incitamento alla rivoluzione del tutto e subito o di semplice presa del Palazzo d'Inverno, ma da considerare come affermazione della maturità, in quel momento, di un processo di alternativa alla disgregazione sociale prodotta dal capitalismo.
Una proposta di "maturità del comunismo" inserita in un itinerario misurato nell'idea gramsciana della conquista delle "casematte".
Bisognava prendere atto di un neo capitalismo capace di rigenerarsi (”Afferrare Proteo” era il titolo di un volume della “Rivista Trimestrale” di Franco Rodano, anni’70 inoltrati).
Un capitalismo che non viveva allora e non vive oggi di crisi cicliche ma bensì di spinte progressive derivanti dal dominio dei diversi processi di innovazione tecnologica ( torniamo in questo caso agli anni'60 e al pluricitato convegno sulle "Tendenze del capitalismo italiano" organizzato dal Gramsci nel 1962).
In questo quadro si è così accumulato nel tempo quel “divario cognitivo” da intendersi proprio come il crescere di una diseguaglianza posta rispetto alla diversità nella capacità di apprendere l'impatto sociale del progredire tecnologico.
Un progredire tecnologico sempre più impostato sull’egemonia della scienza e della tecnica sulla politica (come risalta bene in questa fase di emergenza sanitaria).
L'egemonia della tecnica ha rappresentato, insieme, il “continuum” della vitalità capitalistica e della sua invadenza multiforme.
Quell'invadenza multiforme capace di allargare lo spettro delle contraddizioni sociali costituendo l’elemento fondativo del proprio successo nella contesa egemonica e verso il quale non si è riusciti a contrapporre alcun senso del “limite” al di fuori della limitazione economicista del "compromesso socialdemocratico" (1945-1975).
Il contrasto a questo stato di cose poteva avvenire soltanto attraverso una espressione teorica che è stata abbandonata: la teoria del partito come agente di una pedagogia di massa, costruttore di coscienza, soggetto storico.
La conoscenza da anteporre al potere: era questa probabilmente la lezione che dovremmo cercare di apprendere nella rilettura di testi ormai lontani nel tempo ma molto vivi nella realtà.
Una funzione del partito come sede di ritorno ad una espressione di logica argomentativa tale da porre il corpo militante in grado di ricercare con consapevolezza la spiegazione dei fenomeni e dei fatti contrapponendosi a una visione sintetica basata (come la definiva Sartori) sull’erosione del logos.
Erosione del logos da cui deriva l'incoscienza collettiva nella quale si sta passivamente vivendo questa modernità.
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