LA RICOSTRUZIONE DELLA SINISTRA ITALIANA: LINEE DI
SUCCESSIONE di Franco Astengo e Felice Besostri
Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un
processo di vera e propria ricostruzione che parta da almeno quattro
presupposti fondamentali:
1) L’inutilità
dell’assemblaggio limitato alle residue forze esistenti;
2) La
necessità di richiamo a un patrimonio storico posto sia sul piano della teoria,
sia su quello della dinamica politica superando in avanti antiche divisioni. Va
evitata la ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” “aveva torto quello”,
richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc, ecc.
3) Va avviata, senza riferirsi a modelli storici
impossibili (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro eventi del
tutto diversi fra loro) l’elaborazione di un progetto fondato
sull’attualizzazione delle “fratture” storiche e l’intreccio fra queste e le
contraddizioni emergenti nella modernità. Non basta l’antica “contraddizione
principale” ma neppure lo sbilanciamento sul versante – ad esempio – del tema
ambientale, peraltro centrale e connesso con i modi di produzione oppure di una
strategia dei diritti intorno alle questioni di genere. Occorre soprattutto un
intreccio tra le diverse realtà rappresentate dalle faglie un tempo definite
materialiste e quelle che oggi possono essere considerate “post- materialiste”
e la definizione di una strategia di trasformazione dell’esistente. Per dirla
con Carlo Marx: “Non basta descrivere il mondo, occorre cambiarlo”;
4) Attorno
alla rielaborazione dell’analisi relativa ai cleavages fondativi, è necessaria
una riflessione di fondo sul mutamento di rapporto tra l’economia e la
politica, la finanza e l’economia, la tecnica e la politica, lo sfaldarsi
individualistico della società, la difficoltà evidente della democrazia
liberale fondata sul sistema dei partiti con l’emergere dei fenomeni della
“democrazia del pubblico” e della “democrazia recitativa”, la separazione tra
procedimento elettorale e partecipazione cittadina;
5) Il
riemergere di pulsioni che pensavamo ormai accantonate come quelle
nazionalistiche dalle quali deriva l’incipiente fenomeno del razzismo. Tutto
questo va inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche internazionali.
La fase presenta elementi di emersione di nuovi livelli di confronto tra le
grandi potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione così
come questo si era presentato alla fine del XX secolo e, successivamente, nella
fase della “grande crisi” del 2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane
comunque quello di un rilancio concreto dell’internazionalismo;
6) In
questo quadro l’idea di un “dialogo Gramsci – Matteotti”, idea lanciata a
proposito dell’analisi sul fascismo di ritorno può ben essere allargata a un
tema ben preciso: non si tratta di costruire un Pantheon comune fra compagne e
compagni che hanno vissuto le loro divisioni storiche e che adesso sono
chiamati ad affrontarle di fronte alle giovani generazioni, ma piuttosto
avviare una ricerca aperta su quelle che ci siamo permessi di definire “linee
di successione”.
Le ragioni della necessità di questo confronto sono
spiegabili non tanto e non solo dal grande valore morale e politico
rappresentato dalla comunanza nel martirio ma soprattutto in alcuni punti
comuni che i due pensatori, l’uno comunista e l’altro socialista riformista,
hanno sicuramente espresso sia pure in tempi così lontani da noi e all’interno
di temperie così complicate come quelle in atto allora.
Il punto di assoluta comunanza può essere definito nel
quadro della costanza dell’impegno e di una dimostrata intransigenza non
settaria.
Sicuramente qualcuno si incaricherà di trovare testi
contradditori tra loro: condanne reciproche, interventi svolti sull’onda del
contingente che in apparenza parrebbero smentire la praticabilità di questa
ricerca attorno appunto alle “linee di successione” ma non è possibile, da
questo punto di vista, fermarci rimirando l’ombelico del passato.
Andando per ordine:
1) Il
primo punto su cui porre l’attenzione è la comune necessità di sviluppare una “profondità
di pensiero politico”. Salirebbe alla mente la definizione di “pensiero lungo”.
Quella del “pensiero lungo” rappresenta forse la definizione più valida per ciò
che si deve intendere oggi l’esigenza riguardante l’ampiezza della riflessione
politica sui grandi temi richiamando il rapporto tra cultura e politica;
2) La
capacità di riflettere, intervenire, agire sul complesso delle divisioni
intercorrenti nella società italiana dell’epoca senza indulgere in alcun
cedimento corporativo dimostrata da entrambi i protagonisti del nostro
“dialogo”. Gramsci, infatti, è stato l’organizzatore degli operai di Torino ma
anche il più acuto interprete dell’analisi della “questione meridionale” che
rappresentava all’epoca gran parte della “questione contadina”. Matteotti è
stato il riferimento dei braccianti in una delle zone più povere e d’intenso
sfruttamento, in quella fase, come quella attorno al Delta del Po, ma anche l’indagatore
delle trame tra finanza e sfruttamento delle fonti energetiche.
3) Il
tema della questione morale. Se per Gramsci si trattava di questione relativa
alla fatica dello studio e al rigore analitico che l’esercizio della politica
richiedeva (e richiede) costantemente, per Matteotti è necessario ricordare la
sua capacità d’inchiesta, la sua ricerca proprio attorno alla “questione
morale” del fascismo rampante che risultò componente decisiva della decisione
di rapirlo e ucciderlo.
4) La
già ricordato preveggenza nella lettura delle dinamiche sociali e politiche al
punto da individuare nel fascismo il pericolo concreto emergente in quella fase
storica. La capacità anticipatrice del
pericolo rappresentato dal fascismo da parte di Gramsci e Matteotti (senza
dimenticare la visione profetica di Piero Gobetti) si verificò, è bene
ricordarlo, quando – da una parte – si riteneva il fascismo un fenomeno
sporadico che sarebbe rientrato nell’alveo del gran fiume liberale
rappresentando magari uno strumento utile per frenare le agitazioni operaie e
contadine, e dall’altro lato lo si pensava come semplice elemento degenerativo
del capitalismo da contrastare soltanto e semplicemente attraverso la dinamica
della lotta di classe.
Nessuno avrebbe pensato, all’epoca, che questi tre punti
potevano significare proprio l’eredità intellettuale più pregnante per un
processo di vera e propria ricostruzione della sinistra italiana in una sua
fase di fortissima difficoltà.
Su queste basi è necessario avviare un processo di
“confronto costituente” che ponga al centro del suo itinerario sia il portato
dell’analisi sviluppata da Gramsci e Matteotti, sia l’acquisizione di tratti
distintivi utili per richiamare una identità attuale.
Non dobbiamo
naturalmente rinchiuderci in un’analisi meramente storica ma intrecciando il
nostro lavoro con il punto fondamentale della rielaborazione della “teoria
delle fratture” individuare con esattezza i termini concreti sulla base dei
quali sviluppare un alto livello di progettualità sistemica.
A cavallo tra il XIX il XX secolo definire cosa fosse il socialismo
era abbastanza semplice ma non necessario, la divisione era su come raggiungere
l’obiettivo di una società senza classi con i mezzi di produzione in proprietà
collettiva, ora non solo in quest’area indistinta che si definisce genericamente
di sinistra ci sono differenze programmatiche, ma non esiste nemmeno un comune
sentire della necessità di pensare a una società diversa migliore, più libera e
giusta di uomini e donne uguali nella loro diversità.
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