SAVONA: IN RISPOSTA DELLE PROVOCAZIONI FASCISTE LA MEMORIA
DELL’IMPEGNO DEI PARTTI DELLA CLASSE OPERAIA NELLA RICOSTRUZIONE DELLA CITTA’
di Franco Astengo
In questi giorni abbiamo vissuto il ritorno di provocazioni
fasciste verso la memoria di Savona, città medaglia d’oro della Resistenza.
Un ritorno di vero e proprio sfregio alla memoria storica
della Città e di quel tipo di provocazioni che, in passato, raggiunsero il
punto di più elevato impatto attraverso il manifestarsi di una vera e propria
“strategia della tensione” che portò, nell’inverno 1974 – 75, a ben 11
attentati dinamitardi al punto da provocare un morto, diversi feriti e molti
danni materiali. Attentati dei quali è ancora ignota l’identità degli autori,
ma ben chiara la matrice politica. Una vera e propria “strategia della
tensione” che fu respinta grazie ad un grande moto popolare che diede luogo al
fenomeno della vigilanza organizzata dalle istituzioni e dalle organizzazioni
del movimento operaio, i cui militanti scrissero in quell’occasione una delle
più belle pagine della nostra storia.
Allo scopo di ricostruire la realtà di ciò che accadde a
Savona all’indomani della Liberazione e fornire così un contributo a un
rinnovarsi della memoria utile a respingere la realtà delle attuali provocazioni
sarà il caso, allora, di soffermarsi – facendo un passo indietro – sul periodo
tra il 1945 e il 1960 quando il processo di ricostruzione fu portato avanti e
compiuto.
Far quest’operazione di verità rappresenta, in questo
momento, la miglior risposta a chi è tornato a scrivere di “camicie nere”.
Al 25 aprile del 1945 Savona presentava un panorama
desolante: la Città era stata colpita duramente dai bombardamenti mentre
l’occupazione nazi-fascista era risultata particolarmente feroce, in
particolare nei confronti degli operai delle grandi fabbriche resisi
protagonisti di alcuni scioperi molto significativi, in particolare quello del
1° marzo 1944, in conclusione del quale oltre 100 operai di ILVA e Scarpa e
Magnano erano stati deportati nel campo di sterminio di Mauthausen.
I macchinari delle fabbriche erano stati però difesi dal
tentativo di razzia operato dai tedeschi e anche rispetto al Porto ne era stata
scongiurata la distruzione totale.
Il compito che aspettava però i nuovi amministratori
comunale risultava del tutto immane.
Le elezioni del marzo 1946 consegnarono una forte
maggioranza ai partiti della sinistra, comunista e socialista e il sindaco
comunista Andrea Aglietto già operaio della Scarpa e Magnano, nominato dal CLN
al momento della Liberazione, fu confermato.
La sinistra a Savona vantava già un’esperienza di governo:
nelle elezioni amministrative del 1920 la lista socialista aveva conseguito la
maggioranza, eleggendo sindaco il fabbro ferraio Mario Accomasso che aveva
partecipato ai moti spartachisti di Berlino nel 1919. Accomasso con tutta la
giunta aveva poi aderito, nel 1921, al Partito Comunista d’Italia (la cui
federazione regionale fu costituita proprio a Savona presente Antonio Gramsci,
all’indomani del congresso di Livorno del gennaio 1921). Accomasso fu poi
sostituito dal compagno di partito Bertolotto, prima che anche
l’amministrazione comunale di Savona fosse costretta a cedere alla violenza
fascista.
Il segno di quella “condizione di governo” era comunque
rimasta a contraddistinguere la presenza di comunisti e socialisti pur ridotti
nella clandestinità.
Sarebbe il caso, del resto, di segnalare la complessità
culturale e politica della formazione del PCd’I a Savona: in un partito che,
nel resto del territorio nazionale faceva riferimento in misura maggioritaria
alle posizioni bordighiste e visse, in inimmaginabili condizioni di difficoltà
materiale, il travaglio del passaggio da quelle posizioni alla svolta
gramsciana (Lione, 1926), si segnalò nella nostra Città una consistente
presenza ordinovista (Savona risultava al secondo posto dopo Torino come numero
di abbonamenti alla rivista di Gramsci e Togliatti). In seguito si verificò una
fusione particolarmente rilevante con i socialisti terzinternazionalisti di
Serrati che nelle loro fila comprendevano anche il già citato futuro Sindaco
Aglietto.
D’altro canto anche la presenza dei socialisti, nel corso
del buio ventennio, si segnalò come provvista di particolare qualità: ne era
espressione il punto di riferimento sempre rappresentato anche da lontano da
Sandro Pertini; l’episodio del processo di Savona, con la fuga di Filippo
Turati, la presenza in Città di una figura come quella rappresentata dall’avv.
Vittorio Luzzati, difensore nel già citato processo di Ferruccio Parri e di
Sandro Pertini, processo nel corso del quale la magistratura savonese dimostrò
una propria capacità di indipendenza dal regime, rimasta unica nel corso del
periodo della dittatura fascista.
Anche quello che poi sarebbe stato il filone azionista fu
rappresentato a Savona da figure di altissimo rilievo e qualità morale come
quella dell’avv. Cristoforo Astengo, uno dei grandi martiri che Savona ha
offerto alla causa della Liberazione dal nazi – fascismo.
Torniamo però al tema della ricostruzione della Città
esaminando le ragioni per le quali, in quel periodo, i partiti rappresentativi
della classe operaia, comunisti e socialisti, esercitarono quella che può ben
essere definita come egemonia:
1) Il
ruolo esercitato nella lotta di Liberazione. Spero verrà scusato il metodo
semplificatorio con cui quest’argomento è affrontato nell’occasione:
sicuramente serve una maggiore articolazione nel racconto storico e nel
giudizio (del tipo di quella emersa nell’opera fondamentale di Claudio Pavone,
“Saggio storico sulla moralità della Resistenza). Ma in questo caso e al
riguardo degli obiettivi che attraverso l’analisi in oggetto s’intendono
perseguire sia consentita una valutazione particolarmente “tranchant”. I
partiti di sinistra fornirono a Savona come in altre parti d’Italia un enorme
contributo e soprattutto furono in grado, attraverso il ruolo mantenuto nel
corso della lotta di Resistenza di sviluppare uno specifico dato di radicamento
sociale poi espressosi con grande vigore proprio negli anni della
ricostruzione;
2) La
presenza nelle fabbriche. Questo secondo punto è direttamente collegato al
primo, soprattutto rispetto allo svolgimento dei grandi scioperi operai del
1943 – 44 ai quali si è già accennato. Ma fu essenzialmente per la continuità
di presenza nelle fabbriche che costituivano la gran parte del tessuto
economico della Città e del suo hinterland nel corso del ventennio fascista che
il riconoscimento dei partiti della classe operaia risultò indubitabile a
guerra finita, in una dimensione sociale fortemente caratterizzata proprio dalla
presenza degli operai delle fabbriche e del porto.
La fase di ricostruzione della Città si può considerare
completata, tra alterne vicende che in quest’ occasione non si enucleano nel
dettaglio, all’inizio degli anni’60 quando si presentò una nuova fase di
sviluppo caratterizzata dall’espansione dell’insediamento urbano nell’Oltreletimbro
fu dunque caratterizzata da alcuni punti espressi dall’azione amministrativa
della Giunta popolare e dai soggetti sociali, politici, economici che animavano
la vita della Città.
Punti che possono essere così riassunti:
1) Il
problema della ricostruzione materiale della Città duramente provata dagli
innumerevoli bombardamenti aerei subiti nel corso del conflitto che ne avevano
distrutto parti consistenti dei rioni dei Cassari e dei Fraveghi nel centro
storico; alle Fornaci, a Zinola, a Legino nella periferia. In questa opera di
ricostruzione urbanistica l’amministrazione cittadina si dimostrò, in allora,
particolarmente aperta alle nuove idee che circolavano al tempo favorendo
energie giovani in campo architettonico ma preoccupandosi di gettare perlomeno
le basi adatte per affrontare il serio problema della casa per i non abbienti;
2) L’apertura
di spazi di democrazia. Il supporto fornito dall’amministrazione comunale alle
possibilità concrete di espressione politica, sociale, culturale si accompagnò a
un periodo di grande vivacità in tutti i campi. Questi elementi furono portati
avanti attraverso il tramite del consenso sociale e della forte operatività di
massa che rappresentavano, in allora, il patrimonio più prezioso dei partiti di
sinistra;
3) L’avvio
di una politica dei servizi sociali. Ci si trovava all’epoca di fronte a una
situazione molto difficile da questo punto di vista: gli strascichi del
conflitto mondiale avevano creato situazioni molto estese di indigenza,
emarginazione, povertà. Una situazione che fu affrontata attivando soprattutto
tre filoni: quello della “solidarietà operaia”(risultavano in allora molto
attive le mutue interne di fabbrica che svolsero un ruolo fondamentale) e,
quello della democratizzazione dell’intervento nel sociale, quello
dell’utilizzo al meglio dei compiti assegnati agli enti di assistenza
dipendenti dal Comune, primo fra tutti l’E.C.A. alla cui presidenza si
alternarono assessori di diretta provenienza operaia. Sul tema dei servizi
sociali si intrecciò anche un dialogo con i cattolici, protagonisti il senatore
Varaldo e l’onorevole Angiola Minella, ma i tempi non si dimostrarono maturi
per una collaborazione diretta e il tutto rimase confinato in scambi
giornalistici dalle colonne del “Letimbro” a quelle dell’Unità .”Unità”che,
all’epoca, nell’edizione genovese aveva spazio per due pagine di cronache
savonesi curate prima da Pallavicini (un savonese che poi avrebbe ricoperto il
ruolo di caporedattore centrale dell’edizione romana diretta da Ingrao), Ennio
Elena e Angelo Luciano Germano e successivamente da Fausto Buffarello e Luciano
Angelini.
4) L’ultimo
punto di questa sommaria ricostruzione riguarda la fase tumultuosa che si
dovette affrontare durante il processo di riconversione che, a cavallo degli
anni’50, mise in discussione la presenza della grandi concentrazioni
industriali soprattutto in campo siderurgico ed elettromeccanico. Naturalmente
il problema risultava essere di dimensioni nazionali e internazionali. Il tema
della riconversione dell’industria bellica coincise, nel nostro Paese, con
quello della ricollocazione strategica dell’intervento pubblico in economia. Si
trattò di un periodo di elevatissima conflittualità sociale con frequenti
scontri di piazza: la “celere” del ministro degli Interni Mario Scelba assunse
a simbolo della repressione operaia. Savona colpita in pieno da una forte
recessione occupazionale concentrata negli stabilimenti ILVA ,messi in crisi
dalla scelta di costruire il grande centro siderurgico “Oscar Sinigaglia” a
Genova Cornigliano: scelta avvenuta proprio nel quadro di quella ricollocazione
complessiva dell’intervento pubblico in economia cui si accennava e che
rappresentò il punto di forza dell’interventismo democristiano nella gestione
dell’economia della ricostruzione. Savona si trovò al centro di questo tipo di
episodi e anche se, nella nostra Città, non accaddero fatti di assoluta
drammaticità quali quelli avvenuti a Modena il 9 gennaio 1950 quando 5 operai delle
ferriere Orsi Mangelli persero la vita uccisi dalla polizia. A Savona tutta la
Città in un vero e proprio afflato corale per difendere il proprio patrimonio
industriale. L’Amministrazione Comunale di sinistra si schierò totalmente dalla
parte degli operai (l’ILVA risultò occupata per molti mesi nell’inverno 1951)
formando con il sindacato un blocco fortemente coeso e puntando anche su di una
certa qualità di proposta e su di una grande capacità di attivizzazione
sociale, tale da coinvolgere larga parte della Città nella difesa dei posti di
lavoro: molti ricorderanno come nel corso dei grandi scioperi che
contraddistinsero quel periodo risultava spontanea l’adesione di commercianti e
artigiani. Alla fine, siamo nella prima metà degli anni’50, nell’ambito di un
rafforzamento dell’intervento dello Stato in alcuni settori strategici
dell’industria con l’allargamento del sistema di Partecipazioni Statali (nel
1956 fu istituito un apposito Ministero) strettamente collegato alla crescita
di potere della corrente fanfaniana della DC, Savona uscì sicuramente
ridimensionata nella sua presenza industriale ma ancora in possesso dei suoi
settori più significativi. Il declino vero e proprio si avviò nel decennio
successivo soprattutto accumulando ritardo sul piano del know- how e avviandosi
il fenomeno determinante della “fuga dei cervelli”.
Questa ricostruzione potrebbe andare avanti inoltrandosi nel
tempo ma è il caso di fermarci a questo punto. Il senso della “Savona operaia”
come risposta alle provocazioni fasciste di questi giorni dovrebbe essere stato
individuato. La ricostruzione della Città fu realizzata, tra il 1945 e il 1960,
grazie ai Partigiani, agli operai, alle istituzioni locali guidate dai grandi
partiti di massa della sinistra comunista e socialista.
Riflettere su questi passaggi fondamentali della nostra
storia, di quella che può essere considerata davvero la biografia della Città,
rappresenta la migliore risposta alle provocazioni fasciste in atto in questi
giorni.
Si segnala, infine, una minima bibliografia. Dal punto di
vista della ricostruzione storica: “Quelli del PCI” , tre volumi usciti
all’inizio degli anni 2000 per cura di Sergio Tortarolo con Guido Malandra e
Giancarlo Berruti; “Savona, l’identità perduta” di Giovanni Burzio, Luciano
Angelini, Franco Astengo pubblicato nel 2015; “Gli Amministratori della Città”,
pubblicato nel 2002 su iniziativa della presidenza del consiglio comunale
allora retta da Sergio Tortarolo, volume curato da Bruno Vadone con prefazione
di Giagi Assereto e testi di Alberto Bianco, Silvia Bottaro, Franco Astengo. Da
ricordare assolutamente, inoltre,i vari testi contenuti nella collana di
“Quaderni Savonesi” editi dall’ISREC tra il 2006 e il 2015 ,soprattutto per
impulso del compianto ex-Sindaco Umberto Scardaoni.
Da non dimenticare, infine, sul piano letterario la
riedizione del fondamentale “Gli Innocenti” di Guido Seborga uscito nel 2006
per SAGEP.
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