IDENTITA’ di Franco Astengo
L’intervista rilasciata da Rossana Rossanda a Repubblica e
pubblicata oggi, 31 ottobre, contiene tra gli altri almeno due spunti di grande
interesse almeno per quanti restano ancora convinti della necessità di
costruzione di un soggetto di sinistra alternativa in Italia, con proiezione
internazionalista e sovranazionale.
Soggetto che in questo momento manca e al riguardo della cui
necessità quanti sono ancora presenti nelle residue forze di sinistra (intenti
nel frattempo a seguire rotture e ricomposizioni) non paiono davvero essere
pienamente consapevoli.
Una consapevolezza rivolta soprattutto al piano della
necessità di ricostruzione di un’identità segnata da una piena autonomia di
pensiero politico senza seguire in maniera subalterna fallaci mode correnti.
Espongo così i due punti che ho ritenuto salienti, facendo
seguire poi altrettante brevissime considerazioni.
La domanda si
riferisce al cambiamento avvenuto nella sinistra italiana:
Domanda: questa
mutazione quando avviene?
Risposta di Rossanda:
Direi che inizia con il cambio di nome di Occhetto. Cambiare nome significa
mutare la propria identità. Da allora di nomi ne hanno cambiati tre o quattro e
ogni volta si sono allontanati un pezzetto dalla loro base.
Domanda: E’ favorevole
al reddito di cittadinanza?
In linea di principio
è giusto sostenere i poveri, ma poi cosa resterà? Bisogna creare lavoro. E qui
sono d’accordo con quel proverbio cinese che dice: “dai un pesce a un uomo e lo
nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”.
Nella schematicità delle risposte date a un’intervista, mi
pare che si sollevino due questioni assolutamente decisive:
1) Rossanda
( molto modestamente anche lo scrivente che vi insiste da molto tempo, ma credo
anche altri) considera irrisolto il nodo dell’eredità storica e politica del
Partito Comunista Italiano e dell’intero movimento comunista che in Italia è
stato presente nei decenni trascorsi. Eredità storico – politica articolata e
complessa che, ancor oggi a trent’anni dalla liquidazione del Partito che era
stato il principale portatore di quel complesso sia sul piano culturale, sia su
quello organizzativo rimane non solo da approfondire (anche se tanto si è
scritto) ma da verificare nello sviluppo di realtà che ne è seguito. Verifica
che non c’è stata né da parte di chi approvò la “svolta” e diede vita a un
soggetto di natura indeterminata rivelatosi progenitore diretto dell’attuale
disastro; né da parte di chi si è mosso sul terreno di un’ipotetica “Rifondazione”,
al riguardo della quale sul piano teorico non è mai stato mosso un passo e anzi
sono stati acquisiti elementi che via via hanno determinato una sostanziale
irrilevanza politica. Il tema del lascito irrisolto da parte del liquidato PCI
riguarda anche e naturalmente i temi della strutturazione e della
rappresentanza politica nel loro insieme;
2) Il
tema del lavoro rimane quello centrale per costruire un’identità alternativa.
Essersi arresi sotto questo aspetto privilegiando altri elementi sotto la
spinta della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica ha rappresentato l’esiziale
punto di caduta proprio sul piano identitario, fino a cadere nel baratro del
reddito di cittadinanza. Naturalmente proprio il tema del lavoro richiama l’esigenza
di un aggiornamento d’analisi che oggi non si è verificato. Aggiornamento che
dovrebbe riguardare prima di tutto la ricostruzione di una teoria delle “fratture”
sociali in modo da poter riconoscere l’avvenuto allargamento del meccanismo di
sfruttamento ben oltre i tradizionali confini della cosiddetta “contraddizione principale”.
Il concetto di sfruttamento rimane basilare per qualsivoglia costruzione
politica che si proponga di costruire un’alternativa sistemica.
Fin qui un abbozzo d’analisi dell’intervista a Rossanda, ma
i temi di discussione sarebbero ben più ampi e complicati.
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