FORMA DI GOVERNO di Franco Astengo
Nell'editoriale firmato da Massimo Franco apparso il 4 settembre sul "Corriere della Sera" si affronta ,in una rara occasione almeno dall'avvento dell'attuale esecutivo, l'analisi del processo in corso di ridefinizione della forma di governo.
Nell'articolo si descrive come si possa pensare a un "rimodellamento delle gerarchie istituzionali, con Palazzo Chigi in un ruolo quasi "tolemaico" e il sistema politico parlamentare impegnato in un dibattito animato ma anche separato dalle sorti dell'esecutivo".
In questo modo si eviterebbero "invasioni di campo" tra diversi poteri e si arriverebbe a una sorta di "fusione" ( o perlomeno di interdipendenza diretta) tra Presidenza della Repubblica e Presidenza del Consiglio da realizzarsi ,probabilmente, attraverso l'adozione di un sistema elettorale esclusivamente maggioritario dal cui esito sgorgherebbe come quasi naturale una designazione quasi diretta del Capo dell'Esecutivo.
I due rami del Parlamento risulterebbero così finalmente ridotti ad una funzione di mera approvazione dell'indirizzo governativo:un discorso che arriva da lontano se pensiamo all'invadenza, fin dagli anni '80, della decretazione d'urgenza, poi ai dpcm e via raccontando.
Appare evidente la volontà di conseguire il superamento dell'equilibrio costituzionale tra i poteri e la "deviazione" dalla centralità parlamentare: una tentazione "salazarista" che abbiamo già attraversato nel passato più o meno recente.
Una struttura del potere che rimarrebbe, nell'ipotesi delineata nell'articolo del Corriere (che pure ne definisce complicata la concretizzazione) centrata su due figure monocratiche in modo da rispondere direttamente ai nuovi livelli di dominio sovranazionali e sovrastatuali: probabilmente i veri centri dove governo e potere si sono intrecciati.
La democrazia “classica”, quella che abbiamo sempre intesa appunto per via parlamentare, sembra ormai ridotta a simulacro e gli interpreti ristretti nella sua estrema forma “recitativa” .
La nostra riflessione deve allora passare attraverso una rielaborazione del concetto di rappresentanza partendo dalla formulazione di un interrogativo: il concetto di rappresentanza rimane quello fondamentale di espressione della democrazia?
Servirà ancora una rappresentanza politica da destinarsi a costruire una dimensione “visibilmente distinta" tra i diversi livelli dell’agire politico?
Se riteniamo che la rappresentanza politica rimanga fattore fondamentale della democrazia (il togliattiano "Parlamento specchio del Paese")la nostra ricerca di una nuova soggettività dovrebbe allora partire dal riconoscere la necessità di una “distinzione della visibilità" sul piano istituzionale e dall'idea di un recupero di ruolo per soggetti che si misurano con una articolazione in senso orizzontale della dimensione del potere.
La rappresentanza politica, infatti, deve trovare (com’è stato del resto, pur tra contraddizioni evidenti, in Italia nel periodo dei grandi partiti di massa) nel riferimento costituzionale e nell’idea giuridica della personalità dello Stato (in cui si rappresenta la “totalità” del corpo politico”) il cardine dell’unità politica del popolo.
Fuori da questo non c’è popolo ma soltanto una disgregata moltitudine ,come abbiamo avuto occasione di osservare nel corso del recente esperimento sulla democrazia diretta e dell’uno vale uno che ha appunto dato luogo alla situazione attuale.
L’emarginazione della rappresentanza dal contesto costituzionale, come si sta cercando di completare in Italia in questa fase, coinciderebbe con un forte arretramento sul terreno della piena espressione della democrazia.
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