Per porre le basi della costruzione di una nuova soggettività dei comunisti e della sinistra d'alternativa, fondata sui tre elementi che continuiamo a ritenere fondativi di questo progetto: autonomia teorica e d'iniziativa, alternativa di società in termini anti-capitalistici e opposizione allo stato di cose presenti.
sabato 4 ottobre 2025
MOVIMENTI: INTERVISTA A DONATELLA DELLA PORTA
Mi permetto trasmettervi un'intervista rilasciata da Donatella della Porta, sociologa conosciuta fin dai tempi dell'Istituto Universitario Europeo di Pizzorno a Firenze, ottima analista dei movimenti di massa.
Le sue argomentazioni paiono meritevoli di grande attenzione e potrebbero costituire base per una riflessione comune sui temi di una attualità stringente dai cui esiti potrebbero scaturire elementi di profonda modificazione nel rapporto tra società e politica in Italia, con l'ingresso di nuovi soggetti portatori di inediti meccanismi di integrazione sia -appunto - sul piano sociale sia su quello politico.
Grazie per la vostra attenzione Franco Astengo
Intervista a Donatella Della Porta rilasciata a Mario Portanova per il "Fatto quotidiano"
Che impressione le fa questa massiccia mobilitazione per Gaza, dopo anni di discussioni sulle “piazze vuote”, almeno in Italia?
È dall’ottobre 2023 che osserviamo una crescita della mobilitazione. Nelle
grandi città e in provincia, persino nei centri turistici. Nelle università, negli
ospedali, nel mondo del lavoro, nei porti.
Fin dall’inizio, per esempio, i sindacati di base sono riusciti a portare inpiazza i lavoratori di origine araba, che trovavano un nesso tra lo
sfruttamento lavorativo e il rifiuto della loro identità.
Nella primavera dell’anno scorso la protesta degli studenti accampati nelle
università si è intrecciata a quella dei docenti sui rapporti con istituzioni
israeliane, finendo per coinvolgere persino il personale tecnico e
amministrativo. C’è stato via via un allargamento oltre i gruppi che
storicamente si mobilitavano per la Palestina.
Come siamo arrivati ai numeri visti in questi giorni?
Quello che abbiamo descritto finora ha permesso al movimento di espandersi
verso organizzazioni più strutturate, che all’inizio magari temevano le accuse di
antisemitismo. Penso all’Anpi, al mondo pacifista cattolico. Da un lato le grandi
organizzazioni, compresa la Cgil inizialmente tiepida, o l’Arci e i sindacati di base, presenti fin da subito. Dall’altro le mobilitazioni spontanee attraverso i
social. La notte degli abbordaggi alla Global Sumud Flotilla, su Facebook
vedevo scorrere a decine gli annunci di manifestazioni. Questa capacità di
sfruttare l’algoritmo dei social media per diffondere rapidamente un messaggio
di mobilitazione immediata è stata fondamentale. Ma bastava guardare le home
page dei giornali on line, a partire dal vostro, per chiedersi: “Cosa posso fare io
per bloccare tutto?”. I blocchi c’erano alla stazione di Napoli, sulla
circonvallazione a Firenze… e in tante azioni molto dal basso.
Secondo lei perché l’iniziativa della Flotilla ha così tanta presa
sull’opinione pubblica?
La catalizzazione è stata forte fin dalla partenza da Genova, con un numero
enorme di persone al porto, la sindaca Salis, la benedizione dell’arcivescovo, i
media anche mainstream con la diretta online per due ore. La Flotilla è
diventata un simbolo globale e ha mostrato a tutti che si può fare qualcosa. “Se
bloccano la Flotilla blocchiamo tutto” è uno slogan capace di parlare a
chiunque. Le barchette di carta sono già diventate un simbolo, con fiorellini e
cuoricini, un messaggio positivo che ha parlato ai giovani, non solo di sinistra
Non la sorprende che questa mobilitazione arrivi su un tema
apparentemente lontano dagli interessi degli italiani, mentre non vediamo nulla del genere su lavoro, sanità, casa, pensioni?
Siamo portati a pensare che gli interessi economici vengano prima di quelli
morali, ma a volte lo choc morale è talmente forte da prendere il sopravvento:
“Non vogliamo più essere responsabili di un genocidio”. In questo movimento i
due aspetti si mescolano. La solidarietà con la Palestina si intreccia con
rivendicazioni che riguardano la lotta contro il precariato e lo sfruttamento, o la
gestione dell’università.
È molto interessante il caso di Genova, dove il Calp-Usb, il collettivo
autonomo dei portuali, da cinque anni si mobilita contro il commercio di armi, in un luogo in cui l’economia neoliberista ha peggiorato le condizioni di lavoro.
E come lo spiega?
Non c’è una gerarchia unica, la rivolta morale può intrecciarsi con la
preoccupazione del “dove stiamo andando a finire?”. Così uno studente
universitario si chiede se il suo futuro sarà fare ricerca bellica per Leonardo,
visto che il sistema spinge a cercare sempre più il finanziamento privato.
Oppure pensiamo al movimento “Non una di meno” contro la violenza sulle
donne, che in questi anni invece le piazze le ha riempite con manifestazioni
molto partecipate, a partire dagli scioperi generali dell’8 marzo. Anche qui è
difficile distinguere fra interesse personale e slancio etico.
Quello per Gaza è un movimento tutto di sinistra?
È un movimento dove si trovano valori centrali della sinistra considerati un po’
superati.
Pensiamo allo sciopero generale del 22 settembre indetto dai sindacati di base: la Cgil ha manifestato il 19, in sordina, tirata per la giacchetta.
Ma la partecipazione inaspettata del 22 ha mostrato come in questo momento
siano i valori ribelli a mobilitare, non solo fra le sigle di sinistra, ma in una base
più ampia. Anche il Pd era stato a lungo inesistente sul tema Gaza, poi ha
dovuto riflettere, forse spinto dalle posizioni più nette dei 5 Stelle. Ma in
Germania o Danimarca i partiti paragonabili al Pd non sono solidali con la
Palestina e non riconoscono il genocidio.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni liquida questo movimento, e la Flotilla, con parole sprezzanti. Che effetto le fa?
Certo, abbiamo un governo di destra, con partiti che si identificano nella destra
radicale di Netayahu e la presidente che gioca a afre il trait d’union fra l’Europa
e Donald Trump. Ed è normale che a destra si trovino posizioni pro-Israele,
nonostante il passato antisemita, in parte perché gli permette di individuare
negli arabi, associati ai migranti, il nemico principale. Però potevamo aspettarci
prese di posizione ancora più dure, accuse di antisemitismo, una repressione più violenta.
Invece Giorgia Meloni mi pare in difficoltà.
I sondaggi dicono che circa l’80% degli italiani pensa sia in corso un genocidio, è contrario all’invio di armi… Meloni sa che questi sentimenti sono diffusi anche fra gli elettori di
centrodestra.
Quindi si arrampica sugli specchi con frasi un po’ illogiche tipo “la Flotilla
danneggia i palestinesi”, “gli scioperi danneggiano gli italiani”… L’opinione
pubblica è poco simpatetica rispetto alle posizioni pro Israele.
Secondo lei questo movimento può durare nel tempo o la fiammata di indignazione è destinata a spegnersi?
Fare previsioni è saggio per i sociologi, e certo movimenti di questo tipo
hanno il problema di come mantenere a lungo la mobilitazione: è ovvio che non
puoi occupare le stazioni a tempo indeterminato. Credo però che questo
movimento sopravviverà per la capacità che ha avuto di creare le coalizioni che
abbiamo descritto. E sarà importante per la sinistra partitica e per il sindacato,
perché ha mostrato la possibilità di utilizzare strategie diverse da quelle
tradizionali e di farlo con successo. Di partire da tematiche alte invece che dalla
micro rivendicazione. Avrà comunque conseguenze di lungo periodo, come
avviene sempre quando i giovani sono socializzati alla politica in un momento
di alta tensione etica, per esempio il ’68 e la guerra del Vietnam.
Dunque potrebbe allargarsi ad altri temi?
Lo choc morale porta a riflessioni di testa, non solo di pancia. Non si tratta solo
di fermare il genocidio, ma di costruire una società più giusta e più equa. C’è il
tema di Trump, delle degenerazioni della democrazia che vediamo anche qui da
noi.
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