giovedì 1 ottobre 2020

LA CONTINUITA' DEL ROSSO

FRANCO ASTENGO

LA CONTINUITÀ

DEL ROSSO


miscellanea


Franco Astengo

La continuità del Rosso

La Continuità del Rosso

Collana: Miscellanea

© Proprietà letteraria dell’autore.

© Impaginazione e grafica, InSedicesimo, di Delfino & Enrile Editori snc

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1a edizione: Ottobre 2020

Isbn

La continuità del Rosso


Franco Astengo - 9

NELL’OCCASIONE

DEL CENTENARIO DEL PCI

Nell’occasione prossima dei 100 anni di fondazione in Italia del

Partito Comunista mi permetto di offrire ad alcune compagne

e compagni, con le quale/i ho compiuto tratti del mio lungo

viaggio dentro alla storia della sinistra italiana, alcuni capitoli di

riflessione.

L’articolazione di questo abbozzo di ragionamento è fondato su

4 punti:

1) La scelta identitaria assunta dai comunisti italiani in relazione

alla storia del pensiero politico occidentale;

2) L’analisi della chiusura dell’esperienza della sinistra comunista,

verificatasi ancor prima del definitivo scioglimento del Partito:

3) L’esplicitazione, assolutamente schematica, dei possibili

punti di alternativa che si sono presentati nel corso di una parte

di questa storia come “fiori non colti”.

4) La presentazione di un possibile punto di prospettiva futura

attraverso il "Dialogo Gramsci - Matteotti"

10 - La continuità del rosso

Franco Astengo - 11

PENSIERO POLITICO E IDENTITÀ

Non intendo qui, beninteso, forzare il percorso verso il ritorno

all’ideologia, ma piuttosto ripercorrere le tappe che hanno segnato

la storia del pensiero politico.

Si afferma generalmente che la scienza politica è una scienza

moderna: per una convenzione non priva di significato.

Il “Principe” di Machiavelli viene di fatto considerato come la

prima opera che ha per oggetto la scienza politica.

Una tale affermazione sembra apparentemente urtare con una

osservazione abbastanza ovvia: la storia del pensiero, anche prima

di Machiavelli conosce un gran numero di opere espressamente

dedicate persino nel titolo alla politica.

Dalla “Repubblica” di Platone alla “Politica” di Aristotele, alla

“Repubblica” di Cicerone, al “Regime dei Principi” di Tomaso

d’Aquino, pensatori grandi e modesti hanno sempre mostrato

interesse ai problemi di organizzazione ed impostazione della

convivenza umana.

Ma quando si parla della politica come scienza ci si riferisce evidentemente

non già ad un qualsiasi modo di considerare quei

problemi e neppure ad una loro trattazione sistematica (da questo

punto di vista poche opere come la “Politica” di Aristotele

avrebbero diritto ad una qualifica scientifica).

Non è difficile constatare che se si concepisce la scienza politica

come una disciplina moderna ciò dipende, sostanzialmente, dal

fatto che si attribuisce qualifica di scienza ad un determinato

modo di considerare e trattare i problemi politici e precisamente

alla considerazione di essi come un oggetto autonomo e alla

trattazione della politica come una disciplina autonoma.

12 - La continuità del rosso

Questo è il punto che mi sta maggiormente a cuore e sul quale

vorrei soffermarmi ancora un poco, prima di riprendere un discorso

più direttamente legato alle vicende italiane degli ultimi

decenni e alle mie esperienze personali in quel contesto.

Ritornerò più avanti a quegli spunti della scienza politica che

considero fondamentali per sviluppare analisi e considerazioni

sulla realtà politica così come questa si è presentata, e si presenta,

nell’arena della contesa per il potere :penso alla teoria delle

“fratture” di Stein Rokkan quale strumento fondamentale per

comprendere il nesso tra la società e la politica, alla teoria sui

partiti di massa di Maurice Duverger e alle teorie sui modelli di

allineamento del sistema politico italiano elaborate da Sartori.

In precedenza però mi piacerebbe rispondere ad una domanda

sulla quale mi interrogo frequentemente al riguardo della modernità.

Da quale punto della storia del pensiero umano, che è “pensiero

politico”, parte la modernità?

Dalla modernità come si arriva alla constatazione dell’emergenza

di una “condizione di classe”?

Come, per via teorica, si può approdare all’idea del comunismo?

Se il Cinquecento fu il secolo della battaglia critica, il Seicento

ne tira già le conclusioni pratiche ed è il secolo della diffusione

e della stabilizzazione: si apre con il rogo di Giordano Bruno e

si chiude dopo che l’Inghilterra ha decapitato per la prima volta

il Re, ottenuto l’ “habeas corpus”, espresso con Locke il teorico

del potere fondato col consenso e la tolleranza.

I nuovi teorici non parlano già di un ordo ordinatus ma di un

ordo ordinans; l’ordine naturale è una razionalità che suppone

una ragione e un soggetto umano, svincolato dal restante regno

Franco Astengo - 13

naturale che la scienza va classificando; il suo è un ordine naturale

umano.

Il nuovo pensiero non esita a ricollegarsi alle tradizioni, ma lo

fa criticamente mettendo a frutto su ogni piano la conquista del

diritto di critica che gli è stato ormai guadagnato dalla Riforma

protestante e dalla scienza naturale.

E Hobbes porta agli scienziati sociali l’esempio dei geometri

e dei fisici scrivendo “ Se i filosofi morali avessero compiuto i

loro studi con esito altrettanto felice, non vedo come l’ingegnere

umano avrebbe potuto contribuire al meglio alla propria felicità

in questa vita” ( Elementi filosofici sul cittadino).

Leibniz, che è forse l’ultimo grande teorico che tenta la sintesi

tra vecchia teologia e scienza nuova, scrive una Teodicea

e sostiene, ancora, in definitiva, il principio aristotelico che la

“ragione sufficiente” del meccanismo cosmico è pur sempre un

principio teleologico, ma contende a Newton la scoperta del calcolo

infinitesimale.

La parificazione degli individui per nascita e la loro eguaglianza

a fronte alla legge positiva in quanto legge fondata sul consenso

implica la fine di ogni gerarchia prestabilita e il riconoscimento

di una sola gerarchia razionale,laica, determinata dalla emulazione

terrena nel libero campo della competizione economica.

La Ragione è la nuova divinità moderna dell’individuo e la Rivoluzione

Francese alza sia gli alberi della libertà sia i templi della

nuova dea.

Ma per essere autentica divinità mondana della nuova cultura

laica, la ragione deve uscire dal mondo puramente raddoppiato

della metafisica tradizionale e risalire, invece, ai nessi interamente

terreni dell’esperienza.

14 - La continuità del rosso

La critica della cultura teologica è perciò in pari tempo ricerca

di un incontro fra esperienza e ragione, critica, pertanto, dell’astratto

razionalismo cui si era educato il giusnaturalismo e il superamento

del razionalismo dogmatico si intreccia con il superamento

del giusnaturalismo stesso.

Per essere la nuova fede moderna, la fede nella ragione non può

essere propriamente una fede, necessita di un controllo interno

della stessa ragione, di una sua commisurazione alla inesauribilità

dell’esperienza.

Il processo, impostato da Hume si conclude con Kant e la coerenza

con l’anima interna del razionalismo porta alla luce l’irripetibilità

e incommensurabilità degli universi individuali.

La critica della ragion pura scopre il primato della ragione pratica;

la proclamazione razionale dell’individuo moderno evoca il

trionfo del soggetto pratico.

Il centro autentico dell’individuo è la sua coscienza, la sua responsabilità,

la sua volontà morale di progettare la sua condotta

come universale, di modellare eticamente il mondo.

Tra Hume e Kant è passato Rousseau che condanna la speculazione

dei secoli passati in nome del cuore semplice e dello slancio

morale.

L’individualità, che l’ultimo grande sistematico della vecchia

cultura, Leibniz, aveva serrato entro un sistema di monadi senza

finestre nel quadro di una armonia provvidenzialmente prestabilita,

deve in realtà creare essa stessa l’armonia del mondo

uscendo fuori dalla cornice del creazionismo.

Tutta la cultura settecentesca converge in questa direzione: la

scoperta vichiana della nuova scienza storica, la critica di Hume

della logica e del contrattualismo, la ricognizione storico-sociale

Franco Astengo - 15

delle istituzioni politiche impostata da Montesquieu, l’ateismo

francese, la critica della civiltà di Rousseau, la nuova scienza

economica e la morale del sentimento di Smith.

Nella teoria politica moderna l’erosione dei vecchi moduli di

pensiero semplifica, raffinandole le soluzioni di nuovo pensiero

laico.

In sostanza il problema decisivo della politica diventa il problema

della democrazia, il rapporto tra il potere ed il popolo, fra

la legge e i cittadini, fra i governanti e i governati, fra lo Stato

rappresentativo e la società privatistica.

Passa in secondo piano non soltanto il dualismo cristiano della

terra e del cielo, ma anche il dualismo razionalistico di stato di

natura e stato di civiltà: l’eredità, insomma, della secolare scissione

tra natura e società come sezione preordinata al mondo

storico dell’uomo.

Il vero autentico dualismo moderno è quello tra sovranità popolare

sovranità dello Stato.

Tutti gli altri retaggi dualistici possono soltanto riemergere nella

scia di quello.

È dietro Kant che si allinea, in una nuova versione, l’intera tradizione

della scissione.

Sulla linea di Rousseau, con sviluppi naturalmente originali, si

profila la nuova tematica comunitaria del socialismo.

Sulla linea di Kant, senza sviluppi sostanzialmente originali, si

profila non soltanto il costituzionalismo giuridico con le sue

contraddizioni autoritarie, con la sanzione della lacerazione fra

vita pubblica e vita privata, della società privatistica che si compone

in una comunità soltanto astratta.

16 - La continuità del rosso

Nonostante le infinite riserve critiche che sono da farsi su di una

riduzione di Marx ad un epigono di Hegel, è naturalmente vera

l’affermazione che Hegel è un presupposto della critica di Marx.

Hegel è, infatti, la mente che avverte l’istanza dell’unificazione.

Suo è il tema della ricomposizione dei dualismi.

Ma poiché il suo resta un tema ideale, la soluzione che ne emerge

non è in effetti una soluzione reale.

La ricomposizione del mondo nell’unitaria storia dell’idea incontra

il suo limite nella supposizione della storia come meramente

ideale e, quindi, nella pretesa che le radici del mondo

siano soltanto da comprendere anziché da trasformare.

Se il vecchio razionalismo dogmatico ci appare un raddoppiamento

del mondo, il razionalismo storicistico di Hegel ci configura

il mondo come un raddoppiamento dello spirito: ma nella

sostanza questo mondo ha una sua ragione e quindi la sua razionalizzazione

è un compito che si assolve fuori di lui, nella

misura in cui si supera e si dialettizza nelle spire ascendenti dello

spirito.

Non a caso l’originalità di Hegel, ciò che di lui è vivo, sta fuori

dalla politica. Egli non è andato al di là della rilevazione, certo

importante, che la dinamica della vita pratica moderna è contenuta

nel dualismo di società civile e Stato e che questa è la

lacerazione modana su cui bisogna intervenire.

Ma Hegel vi interviene a modo suo tirando fuori lo Stato dalla

mondanità, dandogli come luogo d’origine e destinazione la sfera

celeste dello spirito cui tutto si compone e si supera lasciando

le cose mondane come stanno.

Può dirsi che la lezione più importante che Hegel lascia in politica

è, a contrario, la necessità di una critica storica dello Stato.

Franco Astengo - 17

Ed è qui, appunto, che incomincia Marx.

Il grande merito teorico di Marx, nel campo del pensiero sociale,

pare appunto quello di aver ricostituito mentalmente quell’unità

andata dispersa con la divisione del lavoro, che diventa

“divisione una divisione reale solo dal momento in cui interviene

una divisione fra il lavoro manuale e il lavoro intellettuale”

(dall’Ideologia Tedesca: questo punto,, della divisione tra lavoro

intellettuale e lavoro manuale mi ha sempre appassionato molto,

fin dagli anni’70 e dalla lettura del testo fondamentale di Alfred

Sohn Rethel nell’edizione dell’Universale Feltrinelli).

Da questo momento in poi la coscienza può realmente figurarsi

di essere qualcosa di diverso dalla coscienza della prassi esistente,

concepire realmente qualche cosa senza concepire alcunché

di reale: da questo momento la coscienza è in grado di emanciparsi

dal mondo e di passare a formare la “pura” teoria, teologia,

filosofia morale.

Ricostituire l’unità di natura e storia significa dunque, per Marx,

giungere a concepire la storicità della natura e la naturalità della

storia, guadagnando teoricamente le cadenze pratiche dei tipi

storico-naturali della convivenza umana.

Questa esplicazione casuale della storia del pensiero politico legittima,

per Marx, anche nelle scienze sociali l’impiego del metodo

scientifico propriamente detto giacche configura la storia

delle idee come una previsione teorica calibrata e misurata dal

corso storico reale: non già, naturalmente, dall’esperimento di

laboratorio la cui mancanza fu sempre l’alibi per distinguere la

scienza dell’uomo dalla scienza della natura, ma da quel tipico

esperimento umano che è l’esperimento storico, vale a dire

del reale succedersi di tipi sociali che trapassano l’uno nell’altro

18 - La continuità del rosso

consumando sia le generazioni umane sia le loro costruzioni ideali.

Da questo punto di vista la rivoluzione teorica di Marx ha la portata

scientifica di quella di Darwin e la completa: come Darwin

vede per primo la struttura storica della vita naturale, Marx vede

per primo la struttura naturale della vita storica.

E da questa complementarietà universale di storia e natura scaturisce

la possibilità di ipotizzare sia un’unica scienza nel mondo,

sia una stessa metodologia scientifica.

Ma questa complementarietà di storia e natura nel pensiero di

Marx conserverebbe una grossa lacuna se, in sede di teoria politico

– sociale, Marx non avesse consapevolezza del carattere

storico del suo stesso pensiero materialistico.

Di fatto Marx raggiunge questa consapevolezza proprio quando

si rende conto che egli riesce ora a vedere e a capire ciò che

Aristotele non vide e non capì, perché Marx può vedere e capire

ciò che la società greca non aveva: una struttura naturale

integralmente trattata dall’uomo, tale cioè da esprimere con il

predominio dell’industria sull’agricoltura relazioni interamente

sociali, definitivamente slacciate dai vincoli naturalistici.

Marx riconosce il merito di Hegel di aver visto la separazione

di Stato e società civile nel mondo moderno, ma gli fa carico

di non averne visto le fondamenta storiche moderne e di averla

supposta come una tappa del cammino compiuto dallo spirito

nella storia temporale verso l’estasi dello spirito assoluto.

Marx può allora concludere, per un verso, che il dualismo di

Stato e Società civile è un prodotto storico, cioè articolazione effettiva

di un tipo di relazioni sociali materiali, e per un altro che,

quindi, la loro vera unificazione non può essere ideale, non di un

Franco Astengo - 19

superamento nella spiritualità hanno bisogno gli uomini ma, in

primis, di una trasformazione che, riportando nella società civile

il nesso comunitario che la divisione del lavoro e la dissociazione

privatistica hanno fatto emigrare nella sfera astratta dello Stato

politico, cancelli l’una come società puramente civile (o società

dei privati) e l’altra come società puramente politica (o comunità

soltanto illusoria in quanto astratta dai nessi sociali reali),

ricostituendo una società omogenea.

Lo sbocco comunistico di Marx è proprio l’esito pratico della

sua rivoluzione teorica ed è appunto per la visione della necessità

storica di una socializzazione dei rapporti moderni che Marx

riesce non solo a vedere ma a prevedere l’irruzione popolare

nella vita moderna.

Su questa base si arriva all'adesione al Comunismo come fatto

teorico in precedenza alla militanza politica e si verifica l’incontro

con il Gramsci della “filosofia della prassi”

Lo “sbocco comunistico” di Marx ha rappresentato per intere

generazioni il riferimento saliente all’idea del comunismo come

recinto dell’ appartenenza politica, quale salto in avanti rispetto

all’idea della “appartenenza di classe”.

Questa adesione, questo “recinto di appartenenza” si materializzò,

ed ancora si materializza, prima ancora che nell’attività intellettuale

militante all’interno di un partito nella determinazione

di alcune “frontiere”, “paletti” per dirla con una terminologia

più prosaica, attorno ai quali ho sempre cercato di sviluppare il

senso complessivo della mia ricerca politica.

Torno, allora, a frequentare il piano teorico.

20 - La continuità del rosso

Oggi si sta tentando di tornare indietro: non lo scrivo per nostalgia

di quelli che tutti noi consideriamo i “vecchi tempi” cui fare

sempre e comunque riferimento.

Lo scrivo perché sono convinto che la lettura neo-liberista che

ha egemonizzato il pensiero e l’azione politica a partire dagli

anni’80 sembra aver dimenticato il fallimento storico della lettura

liberale “classica”.

Il mondo, nel corso del ‘900, ha imboccato strade del tutto impreviste

dai teorici della civiltà liberale: associazionismo, conflitti

di lavoro, sindacalismo, la vicenda bruciante dei tentativi di

inveramento statuale dell’ipotesi marxiana, emancipazione coloniale,

l’idea degli uomini non più individui separati ma membri

sociali.

È caduta definitivamente l’ipotesi centrale delle vecchia cultura

liberale: che l’indipendenza dell’individuo dalla società fosse il

fulcro della libertà moderna.

Ecco questo deve considerarsi il primo inseparabile paletto.

Anzi, in questi ultimi tempi vissuti con crescente indignazione, si

è ancora accresciuta la consapevolezza che, al contrario, proprio

l’indipendenza – separazione si è rivelata la sorgente autentica

della moderna illibertà, giacche soltanto nel reciproco isolamento

(pensiamo al consumismo individualistico e all’uso dei nuovi

mezzi di comunicazione e di conoscenza) di tutti può crescere

la tentazione dispotica di alcuni: l’indipendenza di ciascuno è

soltanto il rovescio di una universale dipendenza di tutti.

L’individualismo si è rivelato esso stesso una specifica e storica

forma sociale (oggi prevalente sia nella destra, sia nella presunta

sinistra): si tende a non far riconoscere più la società come una

ramificazione storica dell’individuo e non si rivendica più quella

Franco Astengo - 21

partecipazione consapevole (pensiamo al passaggio nella struttura

dei partiti dall’integrazione di massa, al “pigliatutti”, fino al

partito “elettorale – personale” di stampo populistico che oggi

appare del tutto vincente, sia pure nel microcosmo della vicenda

politica italiana) che rimane l’unica arma per evitare l’inconsapevole

e gelida dominazione delle cose sugli uomini e quindi il

privilegio di alcuni su altri.

A mio giudizio il superamento di questo vero e proprio “blocco”

nell’agire politico e sociale fortemente ri-determinatosi nel corso

degli ultimi anni può ritornare ad essere d’attualità soltanto

affrontando nuovamente quello che rimane un doppio sbarramento

sul piano teorico: il resistere, sul piano politico, dell’idea

che la democrazia rappresentativa rappresenti il modo esclusivo

di reggere la società moderna e sul piano economico l’idea che

l’economia di mercato sia la sola efficiente forma di ordinare le

forme di produzione.

La brusca chiusura della storia del ‘900 non può esimerci, nell’analizzare

i due aspetti fondamentali appena citati, dal parafrasare

Claudio Napoleoni: “Cercate ancora!”.

Pervengo quindi alla determinazione di alcune altre opzioni di

fondo che sono rimaste, comunque nel mio orizzonte di ricerca

rappresentando altrettanti fermi “paletti”, collegati strettamente

a quelli già enunciati poc’anzi.

Rimangono intatte le contraddizioni relative alla necessità inderogabile

che le “garanzie” dell’individuo siano affidate in eterno

alla gestione rappresentativa dello Stato e al sistema della “libera

impresa”.

22 - La continuità del rosso

Ho sempre considerato il passaggio dello “Stato sociale” quale

fase di transizione necessaria in una idea di inestinguibile sviluppo

storico.

Oggi quel giudizio può essere riveduto? Apparentemente sì, visto

che il moto della storia pare aver girato all’indietro la propria

ruota (ribadisco qui quella che è ormai maturata come una convinzione

profonda).

Allora, dal nostro punto di vista, si tratta di lavorare per invertire

la tendenza.

Perché lo Stato sociale (il “welfare state” dei socialdemocratici

e laburisti, il “compromesso” italiano, ad esempio) poteva ben

essere considerato come “soggetto di transizione” cercherò di

spiegarlo in seguito.

Si può definire meglio, a questo punto, l’identità specifica del

Partito Comunista Italiano, almeno sul piano teorico.

Un’identità formatasi attraverso l’intreccio tra l’approccio comunistico

che ho già cercato di descrivere e l’incontro con quello

che Lucio Magri nel suo “Sarto di Ulm” ha definito come il

“genoma Gramsci”.

La scoperta di Gramsci, attraverso Togliatti e la pubblicazione

di una edizione “ragionata” e ridotta dei “Quaderni” nell’immediata

dopoguerra (quella completa e senza filtri curata da Gerratana

arriverà negli anni’70 inoltrati) risultò riduttiva attorno

a due punti essenziali: il mancato riconoscimento della portata

e della rapidità del processo di modernizzazione dell’economia

in Italia e in Europa (uno dei punti strategici del confronto nel

partito e nella sinistra all’inizio degli anni’60 prima e dopo la

morte di Togliatti: il tema di fondo della divisione Amendola

-Ingrao all’XI congresso) e lo sbilanciamento nella funzione

Franco Astengo - 23

del “partito nuovo” al riguardo della funzione di propaganda

e di “educazione del popolo” (un grande ruolo, di importanza

capitale: beninteso) senza riuscire, però, a costruire davvero

quell’intellettuale collettivo, interlocutore di movimenti e istituzioni

dal basso, promotore di una riforma culturale e morale

che Gramsci aveva indicato (un ritardo che poi si sarebbe visto,

spaventosamente, al momento della liquidazione del partito

nell’89): riforma culturale e morale che avrebbe dovuto colmare,

nel disegno del grande pensatore sardo, la realtà di un paese

che non aveva avuto la riforma religiosa e che aveva costruito il

suo “Risorgimento” soltanto attraverso l’opera di una élite intrisa

di romanticismo.

Gramsci fu così accettato quasi come il teorico di una via di

mezzo tra ortodossia leninista e socialdemocrazia classica, non

vedendolo invece come ideatore di una “terza via” (termine poi

ripreso dall’intera sinistra comunista, da Ingrao a Rossanda allo

stesso Magri, e financo, nell’ultima fase della sua segreteria anche

da un centrista come Enrico Berlinguer) intesa come sintesi

superante dei limiti comuni al leninismo e alla socialdemocrazia:

l’economicismo e lo stalinismo.

Un “genoma” per l’appunto lo definisce Lucio Magri, che poteva

svilupparsi, o semplicemente agire sopravvivendo, imporsi

pienamente o deperire.

A mio giudizio, riprendendo le valutazioni contenute nel già citato

“Sarto di Ulm” il motore che muoveva e caratterizzava i

“Quaderni” era effettivamente quello della critica e autocritica

sul fallimento della rivoluzione nei paesi occidentali.

Gramsci fu il solo, tra i marxisti della sua epoca, che non si limitò

a spiegare quel fallimento con la teoria del “tradimento” dei

24 - La continuità del rosso

socialdemocratici, o con la debolezza e gli errori dei comunisti;

e allo stesso tempo non ne trasse affatto la conclusione che la Rivoluzione

russa era immatura ed il suo consolidamento in Stato

un errore.

Cercò invece le cause più profonde per le quali il modello della

Rivoluzione Russa non poteva essere riprodotto nelle società

avanzate (ricordate: “la Rivoluzione contro il Capitale”).

La rivoluzione russa rappresentava, però, il retroterra necessario

(e il leninismo un prezioso contributo teorico) per una rivoluzione

in Occidente, di percorso diverso e di esito più ricco.

La rivoluzione era dunque, per Gramsci, un lungo processo

mondiale, per tappe, in cui la conquista del potere statale, pur

necessaria, interviene ad un certo punto secondo le condizioni

storiche, e in Occidente presuppone comunque un lungo lavoro

di conquista di “casematte”, la costruzione di un blocco storico

tra classi diverse, ciascuna portatrice non solo di interessi diversi

ma con proprie radici culturali e politiche.

Nel contempo, una tendenza già inscritta nello sviluppo capitalistico

e nella democrazia ma altrettanto il prodotto di una volontà

organizzata e consapevole che vi interviene, di una nuova

egemonia politica e culturale, di un nuovo tipo umano già in

formazione.

Nasce da qui, da questo livello di riflessione, la specificità storica

del Partito Comunista prima d'Italia e poi Italiano: e sorge

fin dall'elaborazione delle tesi del III congresso (Lione 1926)

in anticipo alla svolta di Salerno e al lancio del "partito nuovo"

(1944).

Su queste basi il PCI riconobbe il quadro storicamente emerso

dal secondo conflitto mondiale, riconoscendo i limiti imposti

Franco Astengo - 25

dai rapporti di forza nel mondo ed in Italia non soltanto per via

di una pedissequa applicazione della linea dell’Internazionale

(cui pure Togliatti aveva fornito un formidabile contributo) e

dell’URSS.

Il PCI mobilitò le proprie risorse per conservare e rafforzare

la propria identità autonoma e comunista ( questa fu la principale

preoccupazione di Togliatti, quella della “legittimazione

nazionale” di una forza comunista), attestandosi su di una linea

tesa ad impedire una nuova “rivoluzione passiva” e conquistare

pezzi di egemonia sulla società e sulla cultura,

Dall’intreccio tra l’approdo al Marx dell’irruzione popolare

della storia ed il Gramsci delle “casematte” originò così la mia

personale adesione all’area comunista italiana, nella convinzione

mai smentita di una specificità rispetto al comunismo sovietico e

a quello cinese: IL PCI è stato il più forte in Occidente, mentre

il PCF declinava e il PCE era ancora clandestin.

Non a caso e non a caso la “nostra” classe operaia, da Nord a

Sud, dall’Ansaldo a Grottaminarda era la più avanzata sia sulla

strada del realizzare i diritti sociali e politici fondamentali, sia

dal punto di vista dell’organizzazione di classe in fabbrica.

26 - La continuità del rosso

LA CONCLUSIONE DELL’ESPERIENZA

DELLA SINISTRA COMUNISTA

Ottobre 1990: l’esito del seminario di Arco sancisce la spaccatura

definitiva della sinistra comunista in Italia e la chiusura di

quella esperienza politica che poteva ben essere fatta risalire al

gruppo della sezione socialista di Torino raccolto attorno all’

“Ordine Nuovo” alla fine degli anni’10, poi, via, via, nelle posizioni

di Ingrao all’XI Congresso, alla vicenda del “Manifesto”,

all’ultimo Berlinguer quello dell’alternativa democratica, fino –

appunto – alla mozione del “NO” allo scioglimento del PCI,

cui, improvvidamente, era stato concesso di collegarsi anche

all’ala filo sovietica di Cossutta che non aveva mai appartenuto

alla sinistra comunista.

In quella sala di Arco dopo la relazione di Magri, gli interventi

opposti di Cossutta e di Ingrao (con la celebre metafora del

“gorgo”) chiusero ogni possibilità di dibattito politico, presentando

la realtà di una divaricazione non superabile.

In quell’occasione, insomma, non soltanto si affermava, di conseguenza,

la proposta di Occhetto ma svaniva la possibilità di

ricostruire una adeguata soggettività politica rappresentativa

della storia fondamentale per il movimento operaio italiano.

L’occasione di Arco fu, a mio giudizio, l’ultima nella quale si

dimostrò concretamente il significato di “radicamento sociale”

per una forza politica. Torno sul seminario di Arco e per far

comprendere al meglio quella vicenda ricorro, come in altre

parti di questo lavoro, ad un testo dell’epoca pubblicato da “A

Sinistra” nel Dicembre 1990.

Mi capitò, dunque, in quell’occasione di scrivere queste note:

“Il seminario di Arco ha rappresentato un momento particolarmente

importante perché ha presentato un punto, difficilmente

ripetibile, di presentazione dello “spaccato” reale che il PCI

Franco Astengo - 27

presentava in quel momento quale suo complesso “insediamento

politico”.

Prendo ad esempio, per avviare una verifica della realtà concreta

presente appunto in quell’ “insediamento politico”, la contestazione

avvenuta proprio nella sede del seminario, da parte delle

donne comuniste, al riguardo dei dati organizzativi proposti per

lo svolgimento dei lavori.

A quei rilievi avanzati dalle donne la risposta che venne resa

potrebbe essere definita di buona volontà e di mediazione: nulla,

però, che spostasse al fondo – appunto – la realtà politica

presente in quella sede.

Una realtà politica che risultava essere testimonianza diretta

(questo il punto che vorrei sottoporre all’attenzione di tutti)

di una identità ben precisa, di cui erano provvisti, non tanto

e non solo la gran parte dei partecipanti al seminario in quanti

tali come “corpo separato”, ma in corrispondenza diretta con la

massa, spesso silenziosa ma cosciente, di intere generazioni di

comunisti italiani.

Il seminario di Arco ha avuto un esito complesso, problematico,

i cui effetti non saranno certamente misurabili soltanto con il

metro dell’attualità: ma soprattutto ha avuto un esito inquietante,

intendendo questo termine nella sua accezione più moderna

dell’inquietudine positiva, figlia di quell’intellettualità del ‘900

nutrita dal dovere del dubbio.

In questo, nel “dovere del dubbio”, il dibattito ascoltato ad

Arco, salvo poche voci dissenzienti, risultava, ripeto, davvero

in stretto rapporto con i fondamenti dell’identità comunista italiana.

28 - La continuità del rosso

Si è trattato insomma (e per questo vale la pena di ragionare ancora

sull’insieme delle questioni che erano state poste in quella

sede) di un seminari che potrebbe ben essere definito, per davvero,

come di “impostazione togliattiana”.

“Impostazione togliattiana”, naturalmente non per i contenuti

che vi sono stati espressi, e sui quali cercherò in seguito di ritornare,

ma per la forma nella quale questi contenuti sono stati

espressi, che ben potrebbero essere definiti con l’antica formula

del “totus politicus”.

Naturalmente è stata grande l’attenzione verso l’analisi della situazione

in atto, con affermazioni, per lo più convergenti, attorno

all’accelerazione drammatica degli eventi, la scoperta dei

nodi lasciati irrisolti dalla sconfitta subita nel corso degli anni’80;

l’enunciazione dei rischi di imbarbarimento, di vero e proprio

ritorno all’indietro che si stanno correndo; la presa d’atto del

peso assunto dai processi di ristrutturazione e riconcentrazione

del potere capitalistico, fino all’esame delle incertezze derivanti

dal processo in atto di superamento del bipolarismo: incertezze

spinte al punto tale da lasciare molti storditi, annichiliti, smarriti

rispetto al riproporsi inaspettato della tragica scelta tra la pace

e la guerra.

Ma, su tutto questo, ad Arco dominava la politica.

La politica con le sue gerarchie, i suoi codici, la strutturalità che

le deriva dal costituire la sede storica della determinazione; del

suo formarsi, la politica come fatto sociale, attraverso lenti, imperscrutabili,

ma solidi processi culturali e sociali.

Il contrario, insomma, dell’improvvisazione, del colpo di teatro,

dell’immagine usata al posto della sostanza.

Franco Astengo - 29

Roba d’altri tempi? Ma sostituibile altrettanto facilmente? Questa

la domanda che, anche al punto in cui siamo giunti, dovremmo

porci seriamente.

Una domanda al riguardo della quale non pare, almeno fin qui,

essersi determinata una precisa volontà di andare particolarmente

a fondo.

Prendo a pretesto, sempre riferendomi al seminario di Arco, la

relazione di Lucio Magri, allorquando vi si individuavano alcune

delle ragioni profonde motivanti quella proposta di radicale

superamento della forma partito/PCI, avanzata da Occhetto e

che dovrebbe, appunto, trovare nel XX congresso la sua sanzione

definitiva.

Tento di reinterpretare e semplificare proprio quel tipo di ragioni:

La constatazione, nel venir meno, all’interno del partito

togliattiano di massa sul cui modello la struttura del PCI si era

fin qui concretamente fondata, dei due elementi considerati (a

torto o a ragione) quali veri e propri punti costitutivi: l’immediata

riconoscibilità di un soggetto sociale “centrale” come quello

rappresentato dalla classe operaia e la disponibilità di un nucleo

intellettuale militante d’avanguardia, politicamente preparato

ed inserito in “tutte le pieghe della società”.

L’esigenza di rinnovare a fondo l’identità politica delle forze di

trasformazione, a fronte di rilevantissimi mutamenti, avvenuti in

particolare sul piano internazionale, rispetto ad elementi fondativi

per qualsiasi ipotesi politica: la scienza, l’economia, la cultura,

il costume di vita quotidiana.

L’errore vero compiuto da Occhetto, nel proporre un mutamento

radicale nella realtà del partito sulla base degli inoppugnabili

30 - La continuità del rosso

punti di analisi che ho appena cercato di descrivere, è stato però

quello di assumere come categoria fondante della sua proposta,

una ipotesi di “crisi della politica”.

Una assunzione, questa della categoria di “crisi della politica”,

tutta ideologica dimostrata dalla qualità stessa delle proposte

fin qui presentate sui diversi piani, dal programmatico all’organizzativo,

proprio perché determinatasi al di fuori di una analisi

tendente a contrastare, al fondo, i processi di passivizzazione

sociale, introdotti dalla fase di modernizzazione capitalistica avviatasi

alla fine degli anni’70 ed ancora in corso.

“Passivizzazione sociale” ed “ideologia della crisi” rappresentano

l’accoppiata naturale, sulla quale i nuovi padroni del vapore,

rappresentati dai gestori dell’attuale fase di governo autoritario

dell’innovazione tecnologica su cui si fonda la drammatica recrudescenza

della logica delle diseguaglianze e del dominio che

va estendendosi a livello mondiale verso Est e verso Sud, hanno

fondato la prospettiva della cancellazione del “caso italiano”.

L’obiettivo non risulta essere semplicemente quello di una cancellazione

di una forma partito data (come nel caso, pur estremamente

significativo del PCI).

Risulta, invece, essere quello dell’estirpazione delle radici, profonde,

complesse, stratificate, ma parte integrante della nostra

coscienza nazionale, dell’intera opposizione sociale presente nel

Paese.

Non comprendere che quella era la posta in gioco e discettare,

invece, sulla qualità più o meno “antagonista” delle diverse impostazioni

programmatiche assunse in questo frangente, il sapore

di una tragica beffa.

Franco Astengo - 31

Ritorno dunque all’analisi del dibattito svoltosi nel seminario:

non risultò, nell’occasione, pienamente convincente il richiamo,

che pure è stato insistentemente svolto, alla questione dell’identità.

Il problema, infatti, non risultava, allora, proprio in ragione della

contingenza temporale in cui era caduta la convocazione dell’assemblea,

essere quello della “scissione/non scissione”: quanto,

piuttosto, quello della collocazione politica, vera e complessa,

dell’identità comunista italiana.

Nella relazione di Magri risultava ben presente il rifiuto, ampiamente

e ragionevolmente motivato, di legare indissolubilmente

il tema dell’identità comunista italiana, alla crisi verticale dei cosiddetti

“socialismi realizzati”.

Le conclusioni che il dibattito ha tratto, proprio attorno a questo

specifico argomento, sono però risultate misurate attorno ad un

asse di ragionamento che ha lasciato parecchi punti in sospeso.

È mancata infatti, almeno a mio avviso, la capacità di spingere

oltre a quella impostazione “togliattiana” del seminario a cui già

accennavo, proprio il tema cruciale dell’identità.

Si tratta di un giudizio politico che credo proprio di dover sostenere

con convinzione, senza sollevare alcune ombra polemica

ma solo per introdurre alcuni elementi di approfondimento

all’interno di un dibattito che risulterà certamente ancora lungo

e tormentato.

Motivo meglio il perché di questo giudizio: del ravvisare, cioè,

anche all’interno dell’area dei comunisti democratici, un deficit

di motivazione politica nel sostenere la necessità di una presenza,

appunto pienamente politica, dell’identità comunista in Italia.

32 - La continuità del rosso

Una necessità di presenza pienamente politica collocata, beninteso,

al di fuori da quelle logiche di massimalismo arroccato,

che pure sono presenti nel dibattito in corso e sulle quali alcuni

puntano in maniera fin troppo disinvoltamente scoperta.

Un deficit di motivazione politica che deriva da una visione distorta

del grado di continuità con il togliattismo che si intende,

più o meno consapevolmente, mantenere e che si è, appunto,

avvertita tangibilmente nel corso del seminario.

Il problema, rappresentato dalla velata riproposizione dell’identità

togliattiana a sostegno dell’ipotesi di continuità nella

presenza politica dei comunisti italiani va quindi affrontato, per

davvero, attraverso una proposta di rifondazione riguardante,

però, non soltanto il complesso dei rapporti interni all’area comunista,

o ex-comunista, o post-comunista, ma l’insieme dei

rapporti a sinistra consolidatisi nella realtà politica del Paese.

Mi permetto, allora, di riassumere molto brevemente i punti che

ritengo risultare costitutivi di una possibile rifondazione della

nostra identità comunista, basandomi su alcuni elementi che ritengo,

ancor oggi, irrinunciabili e che rappresentano il punto

di saldatura tra la decisiva impostazione gramsciana del ‘26 ed

i successivi aggiustamenti seguiti alla necessità (politicamente

giustificata ampiamente) di seguire, per lungo tempo, le evoluzioni

strategiche dell’Internazionale Comunista.

Penso, cioè, al punto di saldatura vero consolidatosi tra Gramsci

e Togliatti.

Un punto di saldatura verificatosi a livello altissimo, attorno ad

un riferimento di tipo universale ed alla prospettiva, concreta,

non relegata nel libro dei sogni, di una originale evoluzione del

processo rivoluzionario in Occidente.

Franco Astengo - 33

1. Da quell’intreccio, da quel punto di saldatura, sviluppatosi

progressivamente nel corso degli anni che rimangono i più difficili

di questo secolo, ne derivava che Gramsci e Togliatti lavoravano

sulla necessità di formare, attraverso un lento e articolato

lavoro di lotta sociale e politica, un blocco storico anticapitalistico.

Una lezione valida tanto più oggi, alla vigilia dell’apertura di

un nuovo ciclo nella storia d’Europa, per l’esistenza di pressanti

ragioni di complessificazione del sistema sociale e di radicalizzazione

della lotta politica, rispetto alle quali la realizzazione di

un “metodo politico dell’alternativa” in luogo di un semplice

“schieramento dell’alternativa” rimane il solo sbocco politico

in positivo. L’utilizzo della mediazione praticabile da forze politiche

profondamente ramificate nel senso comune di massa,

smantellando un apparato egemonico costruito dall’avversario

per costruirne uno radicalmente alternativo. L’operatività di un

partito in grado di agire non come una semplice avanguardia,

come come intellettuale collettivo, promotore di una riforma intellettuale

e morale.

2) L’esigenza, infine, di fare tutto questo attraverso un non breve

processo di lotta, all’interno della società capitalistica, con

parole d’ordine intermedie e positive e con una forte attivizzazione

e partecipazione di massa.

È proprio da questi punti che può, allora, apparire possibile

trarre gli elementi maggiormente definitori, di una identità difficilmente

alienabile:

a) l’accentuazione dell’idea della rivoluzione come processo sociale,

definendo così, immediatamente, un rapporto di profondo

intreccio fra ricerca sulle forme della democrazia e la prospettiva

del socialismo;

34 - La continuità del rosso

b) l’accentuazione sulla necessità di produrre un reale processo

sociale; sull’elemento cioè della transizione come lunga fase storica

che porta in primo piano il tema delle alleanze e del primato

del potere politico.

Attorno a questi due punti non si è realizzata, a cavallo dell’avvento

del fascismo, una semplice scissione tra socialisti e comunisti:

i comunisti italiani rifiutarono, a quel punto ed in una

misura assai più rilevante di altri in Occidente, la storia e la tradizione

della II internazionale.

Un rifiuto che originava, quindi, da ragioni storiche ben più

profonde, di quelle derivanti dalla volontà di applicare integralmente

i dettati dell’Internazionale comunista.

Un rifiuto che derivava dall’individuare nell’economicismo piattamente

evoluzionista, il limite storico dell’esperienza riformista.

Con Arco si chiudeva, così, almeno a mio avviso la storia della

sinistra comunista in Italia.

Franco Astengo - 35

LE ALTERNATIVE POSSIBILI E MANCATE

“Democrazia bloccata”, “conventio ad excludendum”, “consociativismo”:

su questi tre punti si è sviluppato il processo che,

in ragione di fattori derivanti sia dal vincolo esterno (caduta del

muro di Berlino, trattato di Maastricht) sia dal vincolo interno

(Tangentopoli) ha portato all’implosione di quella che, nella definizione

di “Pietro Scoppola”, è stata la realtà della “Repubblica

dei Partiti”.

Nella sostanza la fase repubblicana sviluppatasi tra il 1945 e il

1980 che si è frantumata di fronte all’assenza di una alternativa

che non fosse quella “politicista” del cambiamento della legge

elettorale.

Una fase contrassegnata dal permanere della posizione “pivotale”

da parte della Democrazia Cristiana, dal progressivo adeguamento

alle logiche di governo da parte del Partito Socialista fino

all’assunzione della “logica” della governabilità nella fase della

segreteria Craxi, dalla tensione consociativista del PCI quale riflesso

della ricerca “togliattiana” sull’identità nazionale.

Un periodo nel corso del quale si segnò la ricostruzione del

paese realizzata attraverso il piano Marshall e i grandi sacrifici

imposti ai lavoratori: ricostruzione come base verso l’affermarsi

del consumismo, avvenuto nell’esaurimento delle logiche “comunitarie”

del welfare keynesiano nei trent’anni gloriosi fino

all’affermarsi dell’individualismo dello sfrangiamento sociale.

La riflessione andrebbe aperta sull’assenza di un’alternativa

alla democrazia bloccata e alla conventio ad excludendum : si

potrebbe discutere oggi di un appuntamento mancato attorno

ad almeno 3 visioni d’analisi emerse nel movimento socialista e

36 - La continuità del rosso

comunista e mai raccolte all’interno di un progetto politico che

pure poteva anche risultare possibile.

Le tre visioni riguardano:

1) La critica iniziale portata avanti da Basso fin dalla natura del

CLN e quindi rispetto all’origine stessa della Resistenza, della

Costituzione, della Repubblica. L’interrogativo posto da Basso

all’origine del CLN riguardava, rispetto al ruolo dello PSIUP,

l’opportunità di stringere quel tanto di alleanza che nasceva dalle

comuni finalità, mantenendo però la propria autonomia non

soltanto organizzativa di partito, ma di autonomia politica di

classe, ponendo risolutamente sul tappeto le istanze delle riforme

di struttura.

Nel giudizio di Basso l’avere accettato l’impostazione paritetica

ed indiscriminata dei C.L.N. aveva aperto facilmente le porte ai

sabotatori della Resistenza: nella sua valutazione, infatti, sarebbe

stato sufficiente che una parte di coloro stessi che avevano

sostenuto il fascismo, che ne avevano approfittato durante un

ventennio e che avrebbero volentieri continuato ad approfittarne,

venissero a cercare un alibi in seno a qualche partito riconosciuto

come antifascista. Basso lamentava anche la mancanza

di un programma di rivendicazioni sociali che caratterizzasse i

partiti proletari e sulle quali si sarebbe forse potuto, nel clima

della Resistenza, ottenere il consenso anche dei partiti borghesi.

L’impostazione della politica postfascista non si realizzò così

come una rottura del ventennio ma fu invece tutta dominata dalla

preoccupazione di assicurare la continuità politica e giuridica

col vecchio stato sabaudo-fascista, e di soffocare ogni tentativo

di rinnovamento sotto uno scrupolo di legalità formale, senza

riflettere sul fatto che si trattasse di legalità fascista, perché fasciFranco

Astengo - 37

ste erano le leggi in vigore. La mancanza di una qualsiasi riforma

sociale nei programmi dei primi governi Parri e De Gasperi e

il loro rinvio alla Costituente prima e alle Camere Legislative

poi, avrebbe finito con lo svuotare la lotta politica italiana di

ogni serio contenuto, capace di orientare ed educare democraticamente

le masse popolari, lasciandole così preda della demagogia

dei programmi e della retorica dei disborsi, anziché del

chiaro linguaggio dei fatti. Comunque la lotta politica in Italia,

dall’aprile 1945 fino alla rottura del Tripartito, fu dominata da

questo equivoco. In omaggio all’idea dell’unità, il C.L.N. non

aveva elaborato un programma su cui fosse possibile dividersi,

e in omaggio alla stessa unità le sinistre rinunciarono ad elaborarlo

per proprio conto e a lottare per esso. La critica di Basso

arrivava così al cuore della politica dei partiti di sinistra:lontani

al mettere in chiaro le differenze, erano apparsi anch’essi dominati

dal desiderio di confondere le tinte, di attenuare le distinzioni,

di mettere in ombra le caratteristiche particolari, per

apparire anch’essi come dei bravi democratici antifascisti che si

distinguevano dagli altri democratici antifascisti quasi soltanto

per il maggior impegno che ponevano nel realizzare le comuni

rivendicazioni.

2) La critica avanzata da Panzieri. Attraverso l’elaborazione sviluppata

su Quaderni Rossi, Panzieri riscoprì alcuni testi di Marx

fino a quel punto largamente ignorati come la IV sezione del I libro

del Capitale, il “frammento sulle macchine” dei Grundrisse,

il Capitolo VI del Capitale (inedito), facendo emergere nel dibattito

i concetti di sussunzione formale e di sottomissione reale

del lavoro al capitale per indagare i processi di trasformazione

38 - La continuità del rosso

economico – sociale e per analizzare l’organizzazione taylorista

e fordista del lavoro.

Su queste basi Panzieri elaborò i concetti di “operaio massa” e

di “composizione di classe”.

Panzieri considerava l’operaio massa, tecnicamente dequalificato

rispetto all’operaio di mestiere, come portatore di una potenzialità

conflittuale molto forte.

La composizione di classe indicava il nesso tra i connotati oggettivi

della forza lavoro in un certo momento storico e i suoi

connotati politici soggettivi.

Secondo Panzieri non esisteva alcune tendenza immanente al

superamento della divisione del lavoro, così come non esisteva

alcun limite allo sviluppo del capitale.

L’unica costante nel modo di produzione capitalistico era rappresentato

dalla crescita (tendenziale) del potere del capitale

sulla forza lavoro e l’unico limite al capitale è la resistenza della

classe operaia.

Panzieri ipotizzava che, in ragione della crisi della teoria economica,

il capitalismo avesse perduto il suo pensiero classico

nell’economia politica e avesse ritrovato la sua scienza non volgare

nella sociologia, la quale segnalava il passaggio del problema

del funzionamento del meccanismo economico a quello

dell’organizzazione del consenso.

Tale trasformazione corrispondeva a un mutamento del rapporto

tra ricchezza e potere.

Il rapporto tra ricchezza e potere si trasformava in una concezione

del potere inteso ad asservire la ricchezza, in una funzione

del denaro utilizzato come mezzo per conseguire il dominio

politico.

Franco Astengo - 39

Una analisi che, anche in questo caso, può essere ben considerata

come profetica e di fortissima attualità.

Panzieri indicava la strada dell’alternativa in lotte di fabbrica

che presentassero la richiesta di un controllo operaio sulla produzione

(come produrre, per chi produrre).

L’avanzamento di questa domanda “tutta politica”, di presa di

potere “nella e sulla fabbrica”, fu disconosciuta dalle organizzazioni

ufficiali del movimento operaio, tutte intente – in quella

fase – a muoversi sulla linea delle politiche keynesiane indirizzate

alla sfera dei bisogni e dei consumi (era il momento del

cosiddetto “miracolo italiano”).

Le lotte di fabbrica di quel periodo spiazzarono, però, l’analisi

marxista ufficiale tutta incentrata sulla arretratezza del capitalismo

italiano, sulla necessità della ricostruzione nazionale e

sull’esaltazione della capacità produttiva del lavoro.

Una tesi, quella del marxismo italiano “ufficiale” compresa tra

la programmazione giolittiana e il sostegno al “capitalismo straccione”

di Amendola, che Panzieri contrastò vivacemente come

altri fecero in diverse sedi (a partire dal convegno dell’Istituto

Gramsci sulle “tendenze del capitalismo italiano” svoltosi nel

1962 di cui si parlerà in seguito).

L’ analisi di Panzieri incontrò il limite del non incrociarsi con la

possibilità di realizzare, in quella fase, una adeguata rappresentanza

politica.

L’eredità teorica di Panzieri rimase così sullo sfondo nell’elaborazione

della sinistra italiana.

3) La posizione emersa nella sinistra comunista in particolare

nell’occasione del già citato convegno organizzato nel 1962

dall’Istituto Gramsci sulle “Tendenze del Capitalismo italiano”.

40 - La continuità del rosso

In quel convegno la futura “sinistra comunista” che avrebbe fatto

capo a Ingrao (assente nell’occasione) e rappresentata dagli

interventi di Trentin e Magri fu capace di sottolineare le novità

qualitative che stavano emergendo nel capitalismo italiano. Dal

subbuglio del neocapitalismo arrivavano al dunque problemi e

bisogni che andavano oltre la semplice redistribuzione del reddito

e/o la modernizzazione del sistema (come pensava Amendola).

Si trattava di far prendere forma all’insieme dei rapporti

politici e sociali in mutamento nel corso di quegli anni aprendo

due filoni principali di riflessione:

a) quello con la classe operaia nell’ambito di una relazione che

non fosse soltanto quella sindacale, ma quello di una lotta operaia

urbana ad alta densità politica. L’industrializzazione doveva

accompagnarsi con la modernizzazione. Su questo punto il collegamento

con Panzieri che chiosando i Grundrisse ne aveva

ripreso un concetto fondamentale: “ Verrà il momento che lo

sfruttamento materiale sarà ben misera cosa per misurare la ricchezza,

perché emergeranno nuovi bisogni e criteri per misurare

il progresso e la ricchezza”

b)quello di una battaglia, della quale si erano già visti elementi

concreti nei fatti del Luglio ‘60 nel corso dei quali i giovani erano

stati l’anima dell’antifascismo, che indicasse come la lotta contro

il fascismo non fosse finita con l’obiettivo di sradicare quanto

ancora ci fosse di fascismo nelle istituzioni e nella società.

In entrambi i punti emergono con chiarezza gli elementi di collegamento

nel pensiero tra questi soggetti e protagonisti politici.

Quanto fosse possibile costruire un’alternativa alla dimensione

dominante dei partiti di massa rimane un interrogativo la cui

risoluzione è ormai circoscritta al segno della storia.

Franco Astengo - 41

Forse lo PSIUP avrebbe potuto rappresentare un punto di coagulo

intellettualmente all’altezza se all’interno di quel partito

fosse stato possibile misurarsi con i temi della classe e del rapporto

tra essa e la modernizzazione industriale in Occidente e

le tendenze che essa avrebbe suscitato nel movimento operaio.

Lo PSIUP, di cui Basso era stato tra i promotori mentre Panzieri

morì nel dicembre 1964 quando il partito era sorto da pochi

mesi, si rivelò insufficiente per eccesso di politicismo e di legame

con lo schema bipolare (tema che non si è affrontato in questa

sede e che rimane comunque fattore decisivamente insuperabile

in quell’epoca se pensiamo a ciò che si verificò, pochi anni dopo,

con l’invasione della Cecoslovacchia).

Si sarebbe dovuta rinvenire la capacità di uscire dall’egemonia

dello schema togliattiano di lettura di Gramsci del “Risorgimento

incompiuto” e dell’identità nazionale della classe operaia.

I due punti che Togliatti mutuò da Gramsci attraverso la pubblicazione

“ragionata” dei Quaderni e che rimangono comunque

le stimmate di identità peculiare del comunismo italiano anche

rispetto al materialismo dialettico sovietico.

Un’identità consolidata ed egemone che poteva essere affrontata

attraverso la rilettura, assieme ai nuovi classici della sociologia

americana dell’epoca e dei teorici della Scuola di Francoforte

anche di un altro Gramsci: quello di “Americanismo e fordismo”.

Dei “se” e dei “ma” però sono piene le fosse e in questo caso ne

ho compiuto un utilizzo colpevolmente abusivo.

Vale la pena, comunque, di continuare a scavare in quel periodo

senza soffermarsi troppo sul gusto amaro delle occasioni perdute.

42 - La continuità del rosso

UNA INDICAZIONE DI PROSPETTIVA:

IL DIALOGO GRAMSCI – MATTEOTTI

(CON FELICE BESOSTRI)

IL DIALOGO GRAMSCI - MATTEOTTI

Quel patrimonio culturale e politico che la sinistra comunista

italiana ha accumulato e rappresentato nel corso degli anni deve

essere messo a disposizione per un progetto di superamento delle

antiche rotture e di nuova identità all'altezza delle contraddizioni

dell'oggi.

E' evidente che i tempi non consentano di riprendere gli schemi

usati e che, meno che mai, possono essere semplicisticamente

riprese le antiche tradizioni.

Nasce da questa convinzione l'idea di ricostruzione di una sinistra

d'alternativa la cui identificazione è stata avviata attraverso

l'insegna del "Dialogo Gramsci - Matteotti"

Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo

di vera e propria ricostruzione.

Alcuni punti fermi di una tale rifondazione sono a nostro avviso

ben individuabili e costituiscono i presupposti fondamentali

della possibile ripartenza:

1) L’inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti

e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse,

ma immancabilmente votate al fallimento;

2) la necessità di richiamarsi ad un patrimonio storico e culturale

valido sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica

politica, superando in avanti antiche divisioni. Di qui l’impegno

ad evitare d’ora in avanti ogni ridicola diatriba sul “aveva

ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni pretestuosa

richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc., ecc.;

3) è ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli

passati (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro

tra loro del tutto diversi) l’elaborazione di un progetto originale

Franco Astengo - 43

che riparta delle contraddizioni e “fratture” fondamentali, incrociandole

però con le nuove contraddizioni imposte dal presente.

Se da una parte infatti non basta più da sola l’antica “contraddizione

principale” fra capitale e lavoro, certo non si può

neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo

solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro

strettamente legata al modo di produzione, o una strategia

dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di

genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani:

materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e

diritto. Le faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare

dentro una strategia complessiva di trasformazione dell’esistente.

Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo,

occorre cambiarlo”;

4) Strettamente connesso a quanto appena detto sui mutati

rapporti tra economia e politica, finanza e modello sociale,

tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi individualistico della

società, ma soprattutto la crisi evidente della democrazia, palesatasi

dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi

dall’aprire ad un’epoca di “noia democratica”, ad un mondo

pacificato all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto

all’epoca della “guerra infinita” ovvero a modelli equivoci detti

di “democrazia del pubblico” o “democrazia recitativa”. Si aprì

insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente antidemocratiche,

fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e

partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare

messo pericolosamente in discussione. Per questo la sua rifondazione

è oggi più che mai una priorità per una nuova sinistra

che voglia essere all’altezza delle sfide del tempo nuovo;

44 - La continuità del rosso

5) della crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche

alcune pulsioni che pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche,

a quelle imperialiste, al ritorno di fantasmi quali

il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo ovviamente deve

essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche

internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta infatti elementi

di emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi

potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione,

così come si era presentato alla fine del XX secolo e,

successivamente, nella fase della “grande crisi” del 2007. Sotto

quest’aspetto il grande tema rimane quello di un rilancio concreto

dell’internazionalismo e della prefigurazione di un modello

economico e sociale alternativo a quello neoliberista;

6) in questo quadro un “dialogo Gramsci - Matteotti”, che parta

dalla loro analisi dell’avvento del fascismo dopo la fine della

Grande Guerra, può essere propedeutico ad un rinnovato discorso

culturale e politico di sinistra all’indomani della fine della

Guerra Fredda (e in presenza dei ricordati fenomeni di crisi

della democrazia e di fascismo di ritorno). Non ci interessa costruire

una sorta di Pantheon comune fra compagne e compagni

che hanno vissuto passate divisioni e che invece oggi sono unicamente

impegnati ad affrontarne sfide nuove ed inedite; molto

più interessante semmai una ricerca in mare aperto su quelle che

definiamo “linee di successione” rispetto ai grandi del pensiero

e dell’azione politica di sinistra del ‘900.

Ritornare a Gramsci e Matteotti dunque. E non solo in ragione

del grande valore morale e politico rappresentato dalla loro

comunanza di martirio, ma soprattutto per alcuni tratti comuni

Franco Astengo - 45

della loro analisi. Che ci paiono tanto proficue a tanta distanza

di tempo ed entro tutt’altra temperie politica e sociale.

Come preziosa ci appare la coerenza e l’intransigenza, scevra di

settarismo, che sempre sottese la loro vita.

Sicuramente qualcuno potrà trovare fra i due autori testi o passaggi

contradditori tra loro: condanne reciproche, interventi

svolti sull’onda del contingente, che in apparenza parrebbero

smentire la praticabilità di una ricerca attorno appunto a comuni

“linee di successione”, ma si tratterebbe di letture superficiali

e strumentali. Non ci si rapporta così ai classici. E Gramsci e

Matteotti sono certamente dei classici della nostra modernità

politica.

Di certo a noi non interessa indulgere in polemiche di corto respiro.

Molto più utile fissare alcune “linee” di lavoro:

intanto l’impegno a sviluppare una adeguata “profondità di

pensiero politico”. Potrebbe essere utile in questo senso riscoprire

la categoria di “pensiero lungo”, a indicare uno sforzo di

analisi e proposta che abbia respiro e profondità; premessa indispensabile

tanto alla ricerca delle origini classiche di una teoria

critica dell’esistente, quanto alla immaginazione e realizzazione

di scenari futuri all’insegna della qualità e della civiltà;

recuperare poi la capacità di riflessione e intervento sul presente

che fu innanzitutto propria di Gramsci e Matteotti. Se il primo

infatti è stato tanto l’organizzatore degli operai di Torino,

quanto l’acuto interprete dei termini essenziali della “questione

meridionale” (all’epoca coincidente in larga parte con la “questione

contadina”), Matteotti è stato il riferimento dei braccianti

46 - La continuità del rosso

di una delle zone più povere e d’intenso sfruttamento, quella del

Delta del Po, ma anche chi indagò e denunciò le trame spesso

oscure che intrecciavano già allora finanza e sfruttamento delle

fonti energetiche;

ma decisiva è anche la questione morale. In Gramsci essa costituiva

una sorta di stile di pensiero e di vita, strettamente connessa

alla fatica del pensiero, al rigore degli studi e delle analisi indispensabili

all’azione politica di una classe operaia che doveva

essere classe dirigente nazionale. Ebbene era la stessa serietà e

intransigenza che animava Matteotti, quella che sempre ne sostenne

l’azione politica e parlamentare; si pensi solo alla capacità

d’inchiesta, alla fermezza con cui agitò proprio la “questione

morale” in faccia al fascismo rampante, quella stessa che costituì

la vera ragione della sua condanna a morte;

ora fu proprio una radicale e coerente capacità di analisi a consentire

sia a Gramsci sia a Matteotti di antivedere le dinamiche

sociali e politiche che avrebbero portato al regime fascista. La

cosa è tanto più significativa perché le loro intuizioni si sviluppavano

in un clima nel quale, anche in ambiente antifascista,

inizialmente ci si illuse che il movimento mussoliniano potesse

essere solo un fenomeno passeggero, una “parentesi”, magari

addirittura utile per riportare all’ordine liberale, dopo i drammi

della guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra. Del resto

allora addirittura a sinistra vi fu chi non riuscì a cogliere la pericolosità

del fenomeno, considerandolo mero elemento degenerativo

del capitalismo, cui ovviare attraverso il mero rilancio

della dinamica della lotta di classe.

Ebbene le analisi ben altrimenti approfondite di Gramsci e Matteotti,

un certo stile intellettuale e morale, tornarono utili non

Franco Astengo - 47

solo dopo il 1945 per la ricostruzione dei grandi partiti della

sinistra dell’Italia repubblicana, ma mantengono un’intatta utilità

ancora oggi, in un paese in cui la sinistra è letteralmente

scomparsa e ci troviamo di fronte a problemi immani ed inediti

di rifondazione e ricostruzione.

Per questo ci sembra indispensabile avviare un processo di

“confronto costituente”. Gramsci e Matteotti possono contribuire

a trovare la giusta direzione di marcia.

Resta per altro per noi chiaro che quella che ci attende non è

una operazione di mero valore scientifico, individuare infatti le

linee “di frattura” e “di successione” deve servire a meglio preparare

il terreno per lo sviluppo del più alto livello possibile di

progettualità sistemica.

Se ancora a cavallo tra il XIX il XX secolo definire cosa fosse

il socialismo era abbastanza semplice e la divisione era su come

raggiungere l’obiettivo di una società senza classi e con i mezzi

di produzione in proprietà collettiva, oggi non solo in quel che

resta della sinistra ci sono profonde differenze programmatiche,

ma proprio il punto del socialismo è tutt’altro che condiviso. Si

tratta dell’ennesima riprova della profondità di una crisi che è

politica, teorica, morale, di classi dirigenti.

Di qui l’esigenza, che avvertiamo impellente, di un ripensamento

dei fondamenti di una teoria e pratica politica che possano

dirsi di sinistra, socialiste, riformiste, radicali, intransigenti.

Partire da Gramsci e Matteotti dunque come modo migliore per

riprendere il cammino. Per dare sostanza ad un progetto politico

ambizioso: che mira a ridare a poveri e sfruttati il loro partito

e alla democrazia italiana una soggettività politica indispensabile.

Necessaria alla sua qualità, alla sua rappresentatività, alla sua

stessa sopravvivenza.




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