PARTITI E STRUTTURA DEL SISTEMA POLITICO di Franco Astengo
“ Oggi la potenza
della burocrazia è generalmente ascendente, in diretta proporzione al declino
della classe politica. Specie nelle liberaldemocrazie di antico lignaggio. Qui
la politica scade a narrazione, la legge perde di senso perché il disordine del
mondo eccede le sottigliezze del giurista. L’orizzonte decisionale si calcola
in minuti secondi e il dibattito pubblico, deprivato di riferimenti, miti e
mete ideali o comunque future è ridotto a scariche di tweet. A differenza delle
istituzioni politiche, esposte al trionfo e al recesso degli eletti, quelle
amministrative sono dotate di vita propria, destinata a estinguersi solo con la
fine dello Stato. Dispongono di batterie sovraccariche di energia accumulata
nei decenni, talvolta nei secoli. Sottoposte (non sempre) alla legge, non
esposte ai capricci dell’elettore. Legittime ma per carattere tendenti all’autolegittimazione
d’ufficio, arbitrariamente analoga alla “suitas” derivata dal diritto romano. Sempre
però esposta all’urgenza del capo politico di offrire ai media un capro
espiatorio tecnico in caso d’insuccesso. Ma se il pragmatismo degli eletti si
riduce a incompetente opportunismo, se in alto si fa buio, le vette della
politica non emettono luce e il governo si riduce a inerte amministrazione,
anche lo Stato profondo ne soffre. Da nessuno si può pretendere senso dello
Stato, se lo Stato non fa più senso”.
Ho ritenuto di riportare per intero questo passaggio tratto
dall’introduzione all’ultimo numero di “Limes” (8/2018) in cui si tratta di “Stati
profondi – abissi del potere: viaggio negli apparati pubblici e segreti,
custodi e motori strategici delle nazioni e degli imperi”.
Un estratto che mi è parso sufficientemente riassuntivo,
quale vera e propria premessa, per affrontare il tema della struttura del
sistema politico italiano, della crisi dell’impalcatura che reggeva il rapporto
tra politica e amministrazione e quello tra politica e società: una crisi nella
quale si sono aperti varchi attraverso i quali si stanno evidenziando
infiltrazioni inediti e alquanto pericolose.
Nello stesso numero di Limes un intervento di Alessandro
Aresu “C’è vita dopo la morte della Patria” affronta lo specifico del “caso
Italiano”.
Vale la pena riportare un punto del suo intervento:
“ Nella debolezza
politica, la riduzione della Repubblica dei partiti allo stato gassoso è un
fattore dirimente. Senz’altro nell’Italia della guerra fredda i partiti hanno
fatto lo Stato e surrogato il sentimento nazionale, quindi la loro scomparsa ha
lasciato un vuoto. Il vuoto è divenuto stabile, e non transitorio, con l’esaurimento
delle loro risorse economiche. I partiti (o movimenti che dir si voglia)
possono ancora competere sul mercato elettorale attraverso staff o società di
comunicazione. Hanno difficoltà a costituirsi come apparati in senso proprio,
se non facendo leva sui fattori di stabilità: una presenza locale e
parlamentare radicata (è il caso della Lega: al proposito si segnala che è
in uscita presso il Mulino una ricerca curata da Itanes che dimostra come la
cosiddetta “nazionalizzazione” della Lega, oltre ai risultati elettorali, è ancora
di là da venire n.d.r.) o entità esterne
(Casaleggio associati / Movimento 5 stelle).
Nel momento del
potere, alle difficoltà di organizzazione si sopperisce attraverso la
distribuzione delle cariche di società controllate e partecipate dello Stato.
In ciò consiste il centro del potere dei partiti”.
Al riguardo dell’ultimo punto: esattamente lo spettacolo cui
abbiamo assistito in questi mesi.
All’interno di questo quadro emerge così la questione del
rapporto tra apparati e politica:la sopravvivenza della burocrazia italiana,
sostiene ancora Aresu, non è la capacità di adattarsi a compiti nuovi e non
corrisponde alla capacità di rappresentare e indirizzare la domanda di Stato,
che pure nell’attualità si trova sempre di più a essere invocata.
Si è così creato una sorta di corto circuito che riguarda la
funzione amministrativa e il rapporto tra questa e la funzione politica al
riguardo del quale l’Italia sembra non aver ancora deciso il “che fare”.
Il tema da indicare, allora è quello del ritornare a
occuparci della questione dei partiti, del ruolo dei partiti nella democrazia
repubblicana.
Occupandoci dei
partiti intendiamo, semplicemente entrare nel cuore della necessaria “pars
costruens” di difesa e sviluppo della nostra democrazia repubblicana.
Gli elementi
costitutivi di quello che potrebbe essere definito come un “grande partito” (al
di là dei numeri disponibili in partenza) debbono essere rappresentati dalla
capacità di darsi una forte identità che distingua il partito dagli altri partiti,
rendendolo così ben riconoscibile.
E, ancora, un
partito deve essere distinto e riconosciuto, attraverso la capacità di
elaborare un programma di governo dell'intera società, sul fondamento di una
selezione di interessi e valori prevalenti rispetto a quelli delle parti
politiche e sociali portatrici di differenti interessi e valori.
Dobbiamo tornare a interrogarci su quale tipo e quale forma di soggettività politica è necessario guardare oggi, nella crisi del neoliberismo e della torsione negativo subito, appunto, dalle strutture politiche esistenti.
Dobbiamo tornare a interrogarci su quale tipo e quale forma di soggettività politica è necessario guardare oggi, nella crisi del neoliberismo e della torsione negativo subito, appunto, dalle strutture politiche esistenti.
Per rispondere a
questa domanda non ci aiuta la debolezza della nostra concezione della
democrazia, di una visione negativa e minimalista della democrazia.
Abbiamo bisogno
di recuperare, da un lato, la forza etica della dignità della persona e della
partecipazione politica e, dall'altro canto, riscattare la politica
dall'imperio tirannico del privatismo individualistico.
Abbiamo bisogno
di recuperare i due valori fondanti della democrazia: la cittadinanza e
l'eguaglianza.
Abbiamo bisogno
della cittadinanza perché l'erosione delle istituzioni politiche e del ruolo
della partecipazione è facilmente strumentalizzabile da chi ha più presenza
politica e più strumenti per formare il consenso.
Abbiamo bisogno
dell'eguaglianza perché appare sotto gli occhi di tutti l'attacco sistematico
cui il concetto di eguaglianza è sottoposto, con l'indebolimento dei diritti
sociali, della scuola pubblica, della stessa idea di redistribuzione come
volano di solidarietà.
Sia la
cittadinanza, sia l'eguaglianza meritano la nostra attenzione oggi, non per
ridimensionare la cultura dei diritti, ma per rafforzarla reinterpretandola
all'interno di una cornice politica, non soltanto morale e giuridica, per
l'appunto individualista.
Nella “paura della politica” che ha dominato nel corso degli ultimi anni si sono aperti gli argini al cosiddetto “partito – liquido”: non propriamente un partito, ma un contenitore di forze dai confini sfuggenti, e quindi tale da provocare spinte e controspinte difficilmente governabili, come dimostra l’esperienza delle “primarie all’italiana” e l’uso arrogante della cosiddetta vocazione maggioritaria.
Non troppo
paradossale in questo senso il fatto che incamminatici sulla strada del “partito
– liquidi” e vari “cerchi” e/o “gigli” magici hanno utilizzato l’occasione con
piglio sicuramente leninista di totalizzazione nella gestione del potere
utilizzandolo proprio nella funzione di “nomina” rivolta verso la funzione
sostitutiva che nelle varie branchie dell’amministrazione l’alta burocrazia si
è trovata svolgere mentre svaniva la funzione di intermediazione dei corpi
politici intermedi (durante si riduceva sempre più anche e soprattutto il ruolo
del Parlamento, per come questo era stato architettato dalla Costituzione
Repubblicana).
Occorre
riprendere il ragionamento sul partito, cercando di comprendere, prima di
tutto, che la pretesa di un partito di essere lo specchio e il contenitore di
tutti gli interessi e di tutti i valori importanti e significativi presenti
nella società (come nel caso del cosiddetto “Partito della Nazione”) è sintomo
non di forza, ma di debolezza; dell'incapacità di comprendere che un partito è
un raggruppamento di volontà determinate e specifiche; uno strumento di scelte
di campo; di quelle cose, di quei fattori che nel loro convergere costituiscono
un programma, matrice dei “sì” e dei “no”, che animano e danno senso alla
competizione tra partiti e loro programmi.
Un partito non è
un ente che debba ambire a inglobare la società, ma un ente che si pone di
fronte a questa e indica, in modi diversi, ma anche alternativi, di governarla.
Un partito che
intenda “pacificare” nel suo seno le varie opzioni esistenti nella società
abdica per ciò stesso al proprio ruolo e si assegna uno scopo non perseguibile.
In questo senso,
dopo l'azzeramento delle scelte compiute a cavallo della “transizione italiana”
avviata agli inizi degli anni'90 del secolo scorso, l'opera da compiere è
enorme.
La sinistra
italiana disponeva di un formidabile background sotto quest’aspetto e, al di là
del discorso sull'organicità gramsciana e dell'idea di “egemonia” che in essa
si collocava, il discorso sulla tradizione va ripreso attorno a due punti:
a) l'idea di una
ripresa culturale, che faccia parte della vita del partito come “ponte” verso
l'esterno, senza chiusure immotivate, ma anche come sede di una battaglia da
combattere (quella della vita culturale vera e propria, nel senso dell'impresa
culturale: riviste, case editrici, utilizzo dei mezzi di comunicazione di
massa, ecc.); una battaglia da combattere attraverso quelle che un tempo si
definivano “armi della critica”, ponendoci un primo obiettivo, quello di aprire
un ciclo di studi seri e meditati, con ricerche pazienti per arrivare a un’approfondita
rielaborazione della storia del nostro Paese, in ambito e con respiro europeo,
almeno per gli ultimi 40 anni: sta qui, infatti, nell'assenza di una
ricostruzione storica concreta dei passaggi che abbiamo vissuto, il nocciolo
della distruzione di memoria, di identità e, quindi, di capacità politica che
stiamo vivendo. La ricostruzione della storia è la sola strada possibile per un
recupero di egemonia;
b) ricostruire
la storia per ricostruire l'identità non può risultare un esercizio fine a se
stesso ma necessario, invece, per far sì che si dispieghino liberamente le
contraddizioni sociali dell'oggi, offrendo loro una sintesi: una sintesi di
proposta politica di trasformazione della società.
In conclusione: un’idea, quella di una soggettività politica
per la trasformazione che oggi può apparire balzana, irrealistica, addirittura
utopica, ma senza il cui riferimento, pratico e ideale, non solo non avrebbe
senso una discussione come questa che stiamo affrontando, ma anche qualsiasi
azione politica conseguente.
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