INTERVENTO PUBBLICO E STATO SOCIALE di Franco Astengo
Si fa presto a dire “Intervento pubblico e Stato sociale”,
magari aggiungendo che la “confusione sotto il cielo è grande”, e basta.
Tanto per spiegare lo stato delle cose in atto si può
prendere come riferimento un’intervista ad Andrea Roventini, presentato
da”Repubblica” come il Ministro del Tesoro “in pectore” scelto dal Movimento 5
stelle nel fantomatico governo formato nel corso della campagna elettorale.
Lo stesso Roventini si auto definisce: “ keynesiano eretico, critico con il liberismo
e la deregolamentazione sfrenata dei mercati finanziari”.
Fin qui tutto bene, ma per cercare di capirci meglio
partiamo dal titolo dell’intervista stessa:
“L’economista che piace ai 5S: Pace fiscale? Nome orwelliano, questo è solo un
condono”.
Un titolo che sembra tutto un programma, al quale – sempre
allo scopo di comprendere la situazione andrebbe aggiunta la risposta all’ultima
domanda dell’intervista:
Domanda: Appunto. Gli
elettorati di M5S e Lega rischiano di restare delusi.
Risposta del prof. Roventini: “Guardi, io dico solo che le misure pensate dal M5S puntano a stimolare
la domanda. Mi sembra la giusta strada, perché servono interventi di rilancio
della crescita visto che il vero problema italiano non è tanto quello del
debito quanto piuttosto quello della produttività. Se il nostro Paese chiedesse
all’Europa qualche decimale di deficit in più per fare interventi di politica
industriale incontrerebbe maggiore disponibilità da Bruxelles. Se invece quei
margini li chiedesse per sperperarli in flat tax o misure simili, non ci
sarebbe riscontro”.
Allora andiamo per ordine, saltando a piè pari il piccolo
particolare della “disponibilità di Bruxelles” e degli intendimenti fin qui
sbandierati nel confronto dell’Europa.
Andando, invece, nel merito: preso atto della posizione su
condono e flat tax che credo debbano essere considerati entrambi come un grosso
regalo ai ricchi e agli evasori. E fin qui il giudizio può apparire
assolutamente scontato e banale.
Il quesito vero però potrebbe essere così sintetizzato: come
si accompagnano gli “interventi di politica industriale” con il reddito di
cittadinanza?
Com’è possibile scegliere tra lo stimolo alla domanda
attraverso l’incremento di produttività in un Paese come l’Italia in totale
deficit nei settori strategici dell’industria e in grave difficoltà
infrastrutturale, e l’elargizione di sussidi che, al massimo, una volta
incassati potrebbero provocare – in situazioni soggettive di assoluta
sopravvivenza – una minima crescita del consumo individuale a livello di
bassissimo incremento produttivo?
Non ritorniamo a questo punto nel dettaglio di antiche
recriminazioni partendo dall’ errore clamoroso (denominiamolo ancora così per
“carità di patria”) che fornisce l’idea concreta di ciò che è stata ed è la
classe presuntuosamente dirigente di questo Paese: a partire dall’operazione
smantellamento delle PPSS e scioglimento dell’ IRI negli anni’80.
Le poche aziende (Finmeccanica,
Fincantieri,
Fintecna,
Alitalia
e RAI) rimaste in
mano all'IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro.
Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non
meglio precisata "agenzia per lo sviluppo", il 27 giugno 2000 l'IRI fu messo in
liquidazione e nel 2002
fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere
incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del
Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo
debito.
Qualsiasi idea d’intervento pubblico nella politica
industriale deve necessariamente partire dalla riconsiderazione al riguardo
dello scempio fatto in passato e risulta comunque assolutamente incompatibile
con provvedimento di mera natura assistenziale (la DC, in condizioni economiche
ben diverse dalle attuali, nella fase “affluente” della ricostruzione post –
bellica aveva governato i due corni del dilemma. Poi come sappiano bene la
situazione era degenerata).
Restano sullo sfondo alcune questioni: quelle del rapporto
tra assistenza, previdenza e stato sociale nella società moderna e quella del
sistema fiscale che si situa sempre al centro di un quadro di fortissima
evasione e di mancato utilizzo della leva per un’efficace redistribuzione di
reddito.
Perché non si parla mai di “Patrimoniale”?
Insomma: la confusione sotto il cielo è grande e il rischio
, scontato il “parturient montes nascetur ridiculus mus”, è proprio quella di
un assemblaggio contraddittorio e ingovernabile.
A questo punto sarebbe necessario ritornasse in scena la
politica, ma questo è un altro discorso. Scontando la difficoltà di organizzare
“cene riservate”.
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