Care compagne e cari compagni,
mi rivolgo ad alcune/i compagne e compagni comunisti e socialisti dalla grande storia personale e dalla riconosciuta capacità di analisi critica per sollevare una questione che ritengo assieme delicata ed importante.
Con tutta la dovuta cautela del caso ritengo non sia possibile lasciar passare così com’è l’intervista di Molinari a Scalfari apparsa con grande rilievo su “Repubblica” di oggi, 2 gennaio, quale avvio delle celebrazioni riguardanti il 45° anniversario di fondazione del quotidiano.
I ricordi di Scalfari, ormai prossimo ai 100 anni, possono anche essere confusi (anche se, in passato, di tentativi di imbrogliare le carte nella ricostruzione storica se ne erano già verificati) ma che la direzione di Repubblica non abbia provveduto almeno ad “aggiustare” alcuni contenuti per farli apparire almeno più verosimili con la realtà storica mi sembra davvero un fatto che non può essere lasciato sotto silenzio.
Sarebbero moltissimi i punti dell’intervista che andrebbero sottoposti ad una confutazione analitica.
Non lo faccio anche per riguardo a voi che sicuramente sarete stati in grado di enuclearli molto meglio di quanto possa esserne stato capace.
Scalfari tace sul fatto di essere stato fascista fino al 25 aprile (non il 25 luglio, ma il 25 aprile) e di aver votato monarchia al referendum: quello sarebbe il meno se non si ergesse contemporaneamente a ispiratore e nume tutelare del liberalsocialismo italiano.
Così come appare perlomeno di problematica definizione la sua presunta vicinanza a Togliatti.
I meriti di Scalfari nell’occasione della vicenda SIFAR e di una fase di importante direzione dell’Espresso non possono, ovviamente, essere sottaciuti ma non può essere dimenticato come, da direttore di Repubblica, abbia tenacemente lavorato per una trasformazione in senso liberale della sinistra italiana e che quello fosse il suo obiettivo soprattutto al riguardo del PCI.
La linea politica di Repubblica, nella fase della direzione di Scalfari, non è mai stata tesa a costruire un’alternativa alla DC o a tentare l’avvio di un discorso unitario a sinistra bensì a spostare l’asse del sistema politico italiano eliminando determinate presenze della sinistra nelle loro caratteristiche essenziali.
In questo senso la ricostruzione del rapporto con Berlinguer così come esposto nell’intervista (ed anche in altre analisi precedenti) andrebbe riconsiderata rispetto a come è stato presentata in questa occasione.
La stessa interpretazione dell’intervista del segretario del PCI sulla “questione morale” fu successivamente utilizzata in una funzione “anti- partito” che sicuramente non stava dentro alla logica politica espressa in quel testo.
Ricordo ancora come nel testo si delinei anche una sorta di eredità storica tra De Gasperi e Moro sulla via della fantomatica “terza fase” (tra l’altro di De Gasperi nulla si può dire circa il suo atteggiamento non tanto sulla “terza fase” ma sulla “seconda fase” quella del centro-sinistra se non rivendicare la famosa frase sulla “DC partito di centro che guarda a sinistra”)
Scrivo tutto questo perché mi pare non si possa concedere gratuitamente a un giornale dell’influenza di Repubblica una ricostruzione storica del dopoguerra italiano e della “Repubblica dei Partiti” così fuorviante e lacunosa facendola passare come il frutto della memoria di uno dei protagonisti.
Non so quale potrebbe essere il livello di replica in questo momento di grande confusione sul piano dell’analisi della realtà del sistema politico italiano e questa è stata la ragione per la quale mi sono rivolto a voi cercando di suscitare un dibattito comune e una qualche espressione di ragionamento di merito.
Mi scuso per il disturbo e vi ringrazio per l’attenzione Franco Astengo
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