ELEZIONI EUROPEE di Franco Astengo
Care compagne e cari compagni: non nascondo un qualche imbarazzo
nel raccogliere questa parte di nota tratta da un redazionale di “Contropiano”:
“Il quarto tavolo, quello della
coalizione promossa dal sindaco di Napoli, è a oggi quello più variabile.
Nato su iniziativa di DemA (il partito-movimento di De Magistris),
Rifondazione, Sinistra Italiana, Possibile, Diem 25 e altre formazioni minori,
questo tavolo è stato sconvolto dall’irruzione in esso di Potere al Popolo, esplicitamente
invitato dal sindaco di Napoli. PaP infatti ha posto dei punti programmatici
fermi, che hanno sconvolto una lista che stava nascendo sotto il segno del
tutto e contrario di tutto.
Di fronte alla disponibilità di
De Magistris di accogliere parzialmente i punti di PaP – cosa che ha aperto una
discussione interna a esso – Diem25 ha abbandonato il tavolo, Sinistra Italiana
e Possibile quasi, e Rifondazione si é schierata con loro, attaccando il
“settarismo” di Potere al Popolo. Va detto però che Rifondazione è titolare del
simbolo Sinistra Europea, grazie al quale anche qui si eviterebbe la raccolta
delle firme. Nasce così il “mezzo tavolo” che si va ad aggiungere agli altri.
Il “mezzo tavolo” è quello che
si riunisce oggi 20 febbraio e che comprende Rifondazione, Sinistra Italiana e
Possibile e, nel caso di crisi della lista De Magistris o d’indisponibilità del
suo promotore, produrrà una propria lista, sempre con il simbolo di Sinistra
Europea.
C’è da aggiungere che ci sono
forze, come Sinistra Italiana e Possibile, che sono presenti o interessate a
più tavoli e questo può produrre sorprese finali in un gioco di composizione
delle liste che somiglia sempre più ai quattro cantoni.
In questo contesto il sofferto
discutere di Potere al Popolo intorno a punti programmatici – sulla UE, NATO e
Venezuela, alternatività al PD, una vera differenza di genere nelle liste –
pare davvero appartenere a un’altra dimensione. Quella della politica fondata
su scelte vere e coerenti, lontana da una sinistra che si sta estinguendo in
giochi politicisti, sempre più confusi e inutili.”
Dodici mesi fa, in occasione della presentazione elettorale di
“Potere al Popolo”, chi scrive queste note contestò vivacemente chi considerava
proprio “Potere al Popolo” una semplificazione del “pensiero comunista”
scegliendo invece la via di una sorta di parodia della politica delle alleanze.
Si trattò di uno scontro politico anche fruttuoso dal punto di
vista dall’analisi e il risultato elettorale pur insufficiente ai fini del
quorum consentì l’espressione di una base sociale importante da intendersi
quale piattaforma in prospettiva.
In occasione dell’esito elettorale era stata poi formulata questa
osservazione:
“Potere
al Popolo è chiamato a tenere assieme tre componenti fondamentali: l'insediamento
di tradizione comunista, la capacità di risposta all'allargamento delle
condizioni di sfruttamento nel mondo del lavoro del sindacato di base che è
chiamato a interrogarsi sulla necessità di un sindacato confederale di classe,
il lavoro profondo dei movimenti e dell'organizzazione di presidio territoriale
in risposta a bisogni diffusi e inevasi dalla mano pubblica.
A
queste tre componenti fondamentali (che si sono espresse anche nelle urne, sia
pure in misura limitata) vano forniti, attraverso un lavoro capace di
coinvolgere dal basso la base militante (penso a un procedimento per
autoconvocazione) un'elaborazione progettuale e una proposta di forma politica
(in questo caso penso a una struttura di tipo consiliare). Le forze politiche
organizzate che sono presenti all'interno di Potere al Popolo debbono però
essere capaci,all'interno di un processo graduale, di grande generosità
politica ponendosi a disposizione interamente di questo progetto.”
Tutto questo non è avvenuto, ciascheduno dei soggetti
si è mosso per proprio conto e il progetto di “Potere al Popolo” ha assunto su se
stesso soltanto uno dei tre riferimenti indicati in epigrafe tentando, inoltre,
di costruire la propria soggettività attraverso un difficile mix tra l’uso
delle tecnologie e la presenza sul territorio: senza fornire, è bene
precisarlo, particolari segnali di espansione.
Intendiamoci bene: la questione non riguarda fittizie
tensioni unitarie nella sinistra d’alternativa.
Riguarda, invece, l’autonomia di un progetto e la
capacità di portare avanti come proposta di nuova soggettività politica.
Ci troviamo di nuovo in un frangente elettorale in una
condizione nella quale risulterebbe almeno significativo fornire un contributo a
un confronto molto aspro attorno a temi decisivi che si svilupperà proprio a
livello continentale.
In realtà si assiste a un impantanamento attorno a
vecchi stilemi: di nuovo il personalismo dopo il fallimento di Ingroia, di
nuovo residualità ricorrenti, di nuovo lo spettro incancellabile
dell’Arcobaleno.
Non credo proprio che il punto stia nella coerenza
dell’impegno a riproporre i propri punti identitari e non so se ci sia ancora
tempo e spazio per muoversi diversamente dal quadro che è stato delineato.
Preso atto fino
in fondo che ci troviamo al centro di un gigantesco processo di “rivoluzione
passiva” e costretti combattere una guerra di posizione sarebbe necessario (mai
il condizionale però fu mal speso come questa volta) avanzare prima di tutto un
progetto di nuova soggettività autonoma dal quadro politico esistente e fondata
sulle tre discriminanti che già si erano indicate.
1)
L'insediamento di tradizione comunista,
2)
La
capacità di risposta all'allargamento delle condizioni di sfruttamento ben
oltre il mondo del lavoro in una estensione delle contraddizioni sociali nella
realtà molto complessa;
3)
Il
lavoro profondo dei movimenti e dell'organizzazione di presidio territoriale in
risposta a bisogni diffusi e inevasi dalla mano pubblica.
E’ possibile far ripartire la discussione da questi
punti eliminando in partenza tutte le incrostazioni politiciste?
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